1918

Epidemia: influenza spagnola

Il calendario del 1918. in rosso gli articolI. In nero EVENTI nella Cronologia d’autrice
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Istruzioni d'uso

Jo è una rivista a cadenza periodica.

Per ogni numero scegliamo un anno e ne ripercorriamo gli episodi, che diventano il punto di partenza da cui muovono articoli e racconti.

Seguite la cronologia lineare e cliccate sui giorni e gli eventi che contiene.

Muovete casualmente il mouse sul calendario come se il tempo fosse un gioco.
Divertitevi, perdetevi e buona lettura.

1

Cronologia d'autrice

di Giulia Caminito

Grande fu, e terribile, l'anno 1918 dopo la nascita di Cristo, il secondo dall'inizio della rivoluzione.
Fu ricco di sole in estate, ricco di neve in inverno, e due stelle stettero particolarmente alte nel cielo: la vespertina Venere, stella dei pastori, e il rosso, fremente Marte.

Michail Afanas'evič Bulgakov

Gennaio

Gennaio: negli Stati Uniti, la febbre spagnola compare per la prima volta nella contea di Haskell (Kansas), spingendo il medico locale Loring Miner ad avvertire l’U.S. Public Health Service.
8 gennaio
Il presidente americano Woodrow Wilson, di fronte al Congresso riunito, pronuncia il celebre “Discorso dei 14 punti” con cui si auspicano il diritto all’autodeterminazione dei popoli e il progetto di dar vita a un consesso internazionale in grado di appianare pacificamente ogni controversia tra gli Stati. Nel giro di pochi anni, i buoni propositi dei 14 punti cadono e prevalgono gli egoismi nazionali, rendendo questo tentativo di pacificazione un fallimento di intenti.
9 gennaio
A Malaga, l’aumento dei prezzi di pane, pesce e patate porta 800 donne a chiedere la riduzione dei prezzi davanti al Municipio. I giorni seguenti le donne requisiscono il pesce nel porto e lo mettono all’asta a basso costo, così come con altri prodotti di base.
Leggi l'articolo "L'anno dopo a Malaga" di Serena Fiorletta
11 gennaio
Al rientro da un viaggio in Romania, Gustave Klimt viene ricoverato a Vienna e lì contrae l’influenza spagnola, muore il 6 febbraio.
12 gennaio
A Roma viene istituita una commissione parlamentare d’inchiesta (r.d. 12 gennaio 1918 n.35) per indagare sulle cause della disfatta di Caporetto, che era costata 12.000 morti, 30.000 feriti, 294.000 prigionieri, 400.000 soldati sbandati verso l’interno del paese, 3.000 cannoni e 1.600 veicoli a motore. L’area ceduta aveva un’ampiezza di 14.000 km.
14 gennaio
A Barcellona migliaia di donne scendono nelle strade, attraversando  negozi e fabbriche per invitare le altre donne a lasciare il lavoro e partecipare alla manifestazione. Marciano tra le 3.000 e le 4.000 donne e fermano il lavoro di oltre 14.000.
22 gennaio
Nasce Bruno Zevi, architetto, urbanista e politico italiano.
Leggi l'articolo "Il resto è paesaggio" di Serena Patrignanelli

2

Febbraio

1 febbraio
La Russia rivoluzionaria adotta il calendario Gregoriano.
6 febbraio
In Inghilterra viene approvato il Representation of the People Act che ammette all’elettorato attivo le donne maggiori di trent’anni in possesso di taluni requisiti patrimoniali. Nel corso del 1918 anche in Austria, Polonia, Estonia, Lituania e Lussemburgo alcune donne raggiungono il diritto al voto.
10-11 febbraio
Battaglia di Buccari, episodio navale che ispirerà Gabriele D'Annunzio a scrivere la canzone della Beffa di Buccari; il 10 febbraio inoltre Filippo Tommaso Marinetti pubblica il Manifesto del Partito politico futurista.
24 FEBBRAIO
A Reggio Emilia si tiene il congresso nazionale delle cooperative agricole.

Marzo

4 marzo
Il cuoco Albert Gitchell si ammala di Spagnola a Fort Riley, una struttura militare americana dove stanno addestrando truppe statunitensi destinate a combattere nella Grande Guerra.
5 marzo
Muore la scrittrice e giornalista italiana Emma Perodi.
11 marzo
Il virus raggiunge il quartiere Queens di New York; a Hart Island, a causa della Spagnola, verranno sepolte nel 1918 circa 20.000 persone nelle fosse comuni, soprattutto chi non potrà pagarsi la sepoltura o non sarà identificato.
Leggi l'articolo "Nella città dei poveri morti" di Carola Susani
23 marzo
Va in scena in lingua siciliana la prima di La patente, commedia di Luigi Pirandello al Teatro Vittorio Alfieri di Torino.
25 marzo
Muore Claude Debussy, compositore e pianista francese.
Leggi l'articolo "Claire de lune" di Lucia Ghebreghiorges
31 marzo
Membri del partito armeno Dashnak, con l’aiuto di truppe bolsceviche, massacrano migliaia di civili azeri e danneggiano luoghi di culto e monumenti del patrimonio storico e artistico azero.

Aprile

I soldati americani contagiano quelli francesi, i primi casi compaiono nei pressi dei magazzini militari di Bordeaux e da lì il contagio si estende ai reparti del corpo di spedizione britannico.
12 aprile
A Berlino, si svolge la prima Dada-Soiree (serata dadaista), avvenimento d’esordio di Dada-Berlin, ramo berlinese del Dadaismo internazionale.
21 APRILE
Viene abbattuto e ucciso Manfred von Richthofen, il Barone Rosso, l’Asso degli Assi, il più grande aviatore di tutti i tempi.
23 APRILE
Muore Enrico Gadda, aviatore e militare italiano, fratello dello scrittore Carlo Emilio Gadda; lo stesso giorno il Guatemala dichiara guerra alla Germania.
24 APRILE
Terremoto nelle province di Bergamo, Lecco e Como.
Leggi l'articolo "Nell'aldilà danziamo" di Viola Di Grado

Maggio

In Italia e in Spagna vengono individuati i primi soldati colpiti dalla malattia. Pochi giorni dopo, il virus raggiunge anche la Germania e l’Austria.
5 maggio
A Osprey nella contea di Sarasota (Florida) muore Bertha Honoré Potter Palmer, famosa collezionista d’arte, che lascia all’Art Institute di Chicago opere impressioniste francesi per un valore di 100.000 dollari.
7 maggio
Il Nicaragua dichiara guerra alla Germania.
17 MAGGIO
Muore Renzo Manzoni, esploratore italiano, nipote di Alessandro Manzoni.
23 MAGGIO
Il Costa Rica dichiara guerra alla Germania.
30 MAGGIO
Muore per colpa della febbre Spagnola Frederick Trump, imprenditore tedesco e nonno di Donald Trump.

Giugno

In Cina, a Canton (oggi chiamata Guangzhou) nella provincia di Guangdong, vicina a Hong Kong, viene riportata una prima ondata della febbre Spagnola che colpisce soprattutto ragazzi maschi tra gli 11 e 20 anni.
9 giugno
A Milano si svolge il congresso delle organizzazioni aderenti al Comitato sindacale italiano e nasce l’Unione italiana del lavoro. Qualche giorno dopo nella testata del Popolo d’Italia, Mussolini inserisce la dicitura, “giornale dei combattenti e dei produttori”.
15 GIUGNO
Durante la Battaglia del solstizio l’esercito italiano riesce a fermare l’avanzata tedesca lungo il Piave, grazie soprattutto al contributo delle nuove leve, i cosiddetti “ragazzi del ’99”.

Luglio

Tra luglio e ottobre in Italia si ammalano anche tremila persone al giorno di influenza Spagnola.
12 luglio
Haiti dichiara guerra alla Germania.
17 LUGLIO
A Ekaterinburg, lo zar deposto Nicola II, la moglie, i figli e alcuni fedeli vengono uccisi dal commando čekista di Jakov Jurovskij.
18 LUGLIO
In Svizzera con un decreto urgente, il Consiglio federale delega alle autorità cantonali il diritto di vietare assembramenti e manifestazioni.
19 LUGLIO
Muore la scrittrice italiana Neera e l’Honduras dichiara guerra alla Germania.
21 LUGLIO
Nasce Bianca Garufi, scrittrice, poetessa e psicoanalista italiana che sarà compagna di Cesare Pavese.
Leggi l'articolo "Strada bianca" di Nadia Terranova

Agosto

Un ceppo più virulento della Spagnola appare simultaneamen-te a Brest (in Francia), a Freetown (in Sierra Leone) e negli Stati Uniti, a Boston.
9 agosto
Volo di Gabriele D’Annunzio su Vienna. Vengono lasciati cadere manifestini tricolori di propaganda.

Settembre

Viene lanciato in Italia il primo allarme epidemico, a Sossano (Vicenza), quando il capitano medico dirigente del Servizio sanitario del secondo gruppo reparti d’assalto invita il sindaco a chiudere le scuole per una sospetta epidemia di tifo.
Leggi l'articolo "Spagnola" di Loredana Lipperini
7 settembre
Al Teatro Lirico di Milano Pietro Mascagni dirige in tre mesi Aida, Otello, La Gioconda, Il barbiere di Siviglia e Loreley.
13 SETTEMBRE
A Weesp, nei Paesi Bassi, una sciagura ferroviaria causa la morte di 41 persone.
19 SETTEMBRE
Muore Péter Pan, soldato dell’Impero austroungarico, forse chiamato così perché trovato senza targhetta distintiva; intanto comincia la campagna che ha preso il nome di battaglia di Megiddo, offensiva del Regno britannico contro l’Impero Ottomano.
20 SETTEMBRE
San Pio da Pietrelcina riceve le stigmate.

Ottobre

Si diffonde l’epidemia di influenza Spagnola in Italia (le stime delle vittime variano secondo diverse fonti, vanno dalle 325.000 alle 600.000). In Cina durante questo mese si registrano infezioni tra ragazzi d’età compresa tra gli 11 e i 15 anni, il tasso di mortalità in Cina risulta più basso che in USA e in Europa; intanto i ribelli costituiscono uno Stato arabo di Siria retto dall’emiro Faysal (Husseini).
Nella settimana che termina col 16 ottobre a Filadelfia ci furono 4.597 morti di spagnola.
1 ottobre
In Siria i ribelli arabi occupano Damasco, fungendo da ala destra dell’avanzata in Palestina dell’esercito britannico guidato da Allenby.
10 ottobre
In Cina Xu Shichang viene eletto presidente della Repubblica cinese.
11 OTTOBRE
In Svizzera il Consiglio federale decreta l’obbligo per i medici di segnalare tutti i casi di influenza.
12 OTTOBRE
Il soldato italiano Francesco De Peppo si sveglia al mattino pieno di dolori e con la febbre, scrive nel suo diario di aver paura che sia Spagnola. Sconfigge nei mesi successivi da solo la malattia che aveva effettivamente contratto, dopo essere stato inutilmente curato con un salasso.
18 OTTOBRE
Con il titolo “Dead Convict’s Glands Put in Man of 60”, il New York Times racconta gli esperimenti chirurgici del medico Leo L. Stanley nel carcere di San Quentin in California. Proprio nel 1918 il chirurgo inizia una lunga serie di trapianti di testicoli nei confronti dei detenuti volti a sperimentare le funzioni del testosterone.
24 OTTOBRE-3 novembre
L’Italia vince la battaglia di Vittorio Veneto contro l’esercito austro-ungarico.
Nella notte tra il 29 e il 30 ottobre inizia la rivolta dei marinai tedeschi che si rifiutano di obbedire agli ordini invocando la fine della guerra.
30 OTTOBRE
L'armistizio di Mudros pone fine alle ostilità nel Vicino Oriente tra l’Impero ottomano e gli Alleati della prima guerra mondiale. La Grande Guerra è decisiva per la caduta dell’Impero ottomano stesso.
Leggi l'articolo "L'anno della misericordia" di Cecilia Dalla Negra
31 OTTOBRE
Muore a causa della Spagnola, Egon Schiele, pittore e incisore austriaco.

Novembre

Esce sulla stampa la notizia dell’epidemia e succede in Spagna, una nazione non coinvolta nel conflitto e in cui non vigeva la censura di guerra. Da questo momento la febbre viene chiamata “Spagnola”; intanto la Palestina cade sotto il controllo britannico, che divide amministrativamente Palestina e Transgiordania.
1 - 4 novembre
Roma, VII congresso della Fiom. La notizia della firma dell’armistizio, della vittoria italiana e degli alleati sulla Germania e l’Austria, arriva al Congresso nel pomeriggio del 4 novembre. L’entusiasmo è grande e Buozzi conclude col grido: “Viva il socialismo, viva l’Internazionale”.
3 NOVEMBRE
L’Austria-Ungheria firma l'armistizio italo-austriaco di Villa Giusti a Padova.
4 NOVEMBRE
Finisce la Prima guerra mondiale sul fronte italo-austriaco.
Leggi l'articolo "L'esercito bianco" di Maria Rosa Cutrufelli
5 NOVEMBRE
Bologna, scontri tra nazionalisti e lavoratori che festeggiano la fine della guerra.
9 NOVEMBRE
L’imperatore della Germania Guglielmo II abdica. Viene proclamata la Repubblica; lo stesso giorno muore a causa del virus Guillaume Apollinaire, poeta, scrittore e critico d’arte francese. A ritrovare il corpo è l’amico Giuseppe Ungaretti.
Leggi l'articolo "Scatola nera" di Viola Lo Moro
11 NOVEMBRE
La Germania firma l’armistizio con gli Alleati a Compiègne in Francia e finisce la Prima guerra mondiale con la vittoria dell’Intesa sulle potenze centrali; intanto a Filadelfia, dopo l’ondata di ottobre, l’influenza Spagnola sembra scomparsa.
Leggi l'articolo "La madre di tutte le pandemie" di Annalisa Camilli
12 novembre
Viene proclamata la prima Repubblica austriaca e per la prima volta le cittadine austriache vengono chiamate al voto; nello stesso giorno in occasione delle elezioni all’assemblea costituente da cui nascerà la Costituzione di Weimar, le cittadine tedesche vengono ammesse al voto.
21 novembre
Nel Regno Unito viene approvato il Parliament (Qualification of Women) Act, che estendeva alle donne l’elettorato passivo in Parlamento (“A woman shall not be disqualified by sex or marriage for being elected to or sitting or voting as a Member of the Commons House of Parliament”).
25 NOVEMBRE
Nasce Geno Pampaloni, giornalista, critico letterario e scrittore italiano; intanto in Italia il Direttivo nazionale della Confederazione Generale del Lavoro approva il “programma di immediate riforme per il dopoguerra” con il quale si chiede la Costituente, il suffragio universale, la socializzazione del suolo, il controllo operaio in fabbrica, le otto ore, l’assicurazione obbligatoria contro infortuni, malattie, disoccupazione e vecchiaia.

Dicembre

16 dicembre
In Italia viene ampliato il suffragio estendendolo a tutti i cittadini che hanno compiuto il 21° anno di età e, prescindendo dai limiti di età, a tutti coloro che hanno prestato servizio nell'esercito mobilitato: il suffragio generale maschile introdotto con la legge del 30 giugno 1912 era, in effetti, limitato ai cittadini di età superiore ai 30 anni, mentre restavano ferme per i maggiorenni di età inferiore ai 30 anni i requisiti di censo, di prestazione del servizio militare o di istruzione precedentemente richiesti.
27 dicembre
Inizia la grande sollevazione polacca.
Fritz Haber si aggiudica il Premio Nobel per la chimica per l’anno 1918. Haber aveva promosso e diffuso durante tutta la guerra l’utilizzo dei gas come armi di distruzione di massa. Sua moglie, Clara Immerwahr, era stata la prima donna a essersi laureata in chimica in Germania, e si era suicidata nel 1915 come gesto di protesta contro il lavoro del marito e i gas da lui impiegati con l’esercito tedesco.

09

gen

L'anno dopo a Malaga

di Serena Fiorletta

09 gennaio 1918

A Malaga, l’aumento dei prezzi di pane, pesce e patate porta 800 donne a chiedere la riduzione dei prezzi davanti al Municipio. I giorni seguenti le donne requisiscono il pesce nel porto e lo mettono all’asta a basso costo, così come con altri prodotti di base.
Le mani che veloci ghermiscono i pesci non sono movimento casuale, sono in tante e organizzate per re-quisire ogni corpo squamato, perché la fame è tanta e il prezzo troppo alto. Eppure in vite hanno già pagato molto alla “spagnola”, il cibo non può fare parte del conto: il pane, le patate e il pesce sono beni fondamentali.
Loro lo sanno, i loro corpi riempiono il porto e inizia un’asta che con voce di donna batte il prezzo nuovo del cibo del mare, il giusto costo per chi è viva (Malaga, 1918).
Le mani che veloci ghermiscono i pesci non sono movimento casuale, sono in tante e organizzate per re-quisire ogni corpo squamato, perché la fame è tanta e il prezzo troppo alto. Eppure in vite hanno già pagato molto alla “spagnola”, il cibo non può fare parte del conto: il pane, le patate e il pesce sono beni fondamentali.
Loro lo sanno, i loro corpi riempiono il porto e inizia un’asta che con voce di donna batte il prezzo nuovo del cibo del mare, il giusto costo per chi è viva (Malaga, 1918).
Altre mani, reggono cartelli che esplodono voci, le bocche invece coperte da mascherine azzurre, nulla è casuale, neppure questa volta, sono ben radicate sui piedi e sull’asfalto. A distanza l’una dall’altra, non hanno solo portato i loro corpi in piazza, li hanno restituiti con forza in tutta la loro potenza materiale e simbolica, rivendicandone la non sospensione, la soggettività, il portato sessuale. Nessuna negoziazione stavolta, nessuna asta possibile. Il giusto costo per chi è viva è la possibilità di scelta (Perugia, 2020).
A poco più di 100 anni dalla spagnola, una nuova pandemia ci ha travolto, bloccate sul posto, poi confinate sulla soglia di una casa che siamo state costrette a riabitare. Nell’ambito domestico, il nostro ruolo naturale si è srotolato davanti ai nostri occhi, relegate alla cura, regine multitasking del telelavoro (quando non esposte alla violenza domestica libera di dispiegarsi senza ostacoli), siamo inizialmente scomparse dallo spazio pubblico. Il tutto con l’aiuto di un virus che requisisce corpi facendoli ammalare e sparire, sottraendoli al dolore di chi li ha amati, senza neppure i rituali necessari al conforto; infine, distanziando tra loro i corpi viventi. In questa sottrazione del nostro inscindibile aspetto materiale, “sospendere” all’occorrenza il corpo delle donne è sembrato possibile.
Fuori dalle case il mondo medicalizzato e ospedalizzato del Covid 19 non necessita di generi, soggettività e sessualità, così una non meglio definita umanità ha preso il sopravvento, modellandosi come da secoli accade, sull’universale neutro maschile.
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In breve tempo, in tutto il mondo, l’accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva è diventato difficoltoso, in sospeso, quando non deliberatamente messo sotto attacco. L’ho già visto nella polvere dei campi profughi, in ogni occasione di emergenza l’umanità diventa omogenea e opaca, un dato numerico scarnificato per cui le soggettività spariscono insieme alle vite, ai pensieri, ai desideri. Non è un caso che nelle condizioni di fuga, migrazione o epidemia si pensa a fornire ciò che viene (ri)definito necessario: cure, riparo, cibo, vestiti ma non si pensa agli assorbenti, ai contraccettivi, alle necessità di chi è incinta e dovrà partorire, di chi lo è ma non vuole quella gravidanza. La richiesta, sovente, in situazioni non ordinarie è venire meno, non avere una vita sessuale, partorire silenziosamente, evitare di sanguinare ogni mese, smettere di desiderare. Quindi negli ospedali, depredati da decenni dei finanziamenti vitali, che non hanno retto il numero di persone contagiate dal virus, può passare chi è incinta ma non chi deve abortire. Si ristabilisce un ordine (del discorso).
Anche la febbre spagnola aggravò una situazione esistente, le donne subalterne in una società patriarcale, dovevano occuparsi della prole, della casa e quindi del cibo ma al tempo stesso lavoravano al posto degli uomini chiamati in guerra, senza alcuna tutela e riconoscimento di parità salariale. Alle donne “normalmente” confinate nelle case è stata chiesta un’altra sospensione di genere che ha aperto invece le porte delle fabbriche, aumentato il lavoro a cottimo, resi necessari i loro corpi per essere di supporto a un mondo sferzato dalla Grande guerra e dalla febbre silenziosa. La Prima guerra mondiale, insieme alla pandemia, ha infatti prodotto un cambiamento enorme e la consapevolezza delle donne di quanto stava avvenendo è passata attraverso la fatica di corpi già abituati al non riconosciuto lavoro domestico e che ora si sobbarcavano anche quello fuori di casa; sfruttate, sottopagate, si trovarono il mondo contro in ogni momento di rivendicazione lavorativa.
“Per ogni uomo al fronte una donna al lavoro”, dice l’immagine fissa su un vecchio manifesto statunitense che ritrae una donna operaia che regge in una mano un proiettile e nell’altra un aereo, a segno che prima di tutto era l’industria bellica, necessaria, che richiedeva il sacrificio. Coinvolte in molti altri settori, enorme fu il loro impiego come personale sanitario, angeli allora e oggi, maggiormente esposte al contagio nell’indifferenza mondiale di quanto è dovuto. Ma l’imprevisto dell’immissione delle donne nel mondo del lavoro formale sono le lavoratrici che tali vogliono restare, anche a guerra finita, che sfidano l’immagine sociale e i ruoli di genere ma soprattutto cambiano la propria autorappresentazione e al tempo stesso la loro capacità di organizzarsi.
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Così il corpo delle donne è ancora confine culturale, è la pelle sociale su cui si apre una ferita che distingue due lembi: natura/cultura, dovuto/sconveniente, domestico/pubblico.
Quest’ultimo confine è lo snodo, il crocicchio pericoloso non protetto dai Santi, a forza attraversato in entrambe le occasioni, distanti solo nel tempo, perché non si nascondesse, dietro l’emergenza, l’esplicita negazione di diritti. Nel gennaio 1918 le lavoratrici di Malaga uscirono dalle case e riempirono le strade, per giorni, fino a quando il 17 gennaio sequestrarono il pesce destinato all’esportazione e si diressero al porto per stabilire loro i prezzi adeguati.
Nel 2020 a Perugia, ancora in piena pandemia, le donne sono scese nelle strade, per rivendicare la libertà di scelta sul proprio corpo, denunciando e contrastando una giunta che, al riparo delle mascherine, ha tentato di togliere l’accesso all’aborto, negando quello farmacologico, possibile da casa e previsto dalla legge.

Mandarono avanti Concepción, di anni ne aveva ottanta, autorevole, eloquente e sincera, non come quella scalmanata, sempre profumata di mandorle, che dopo il fallimentare incontro con il sindaco, saliva su una sedia incitando una folla di donne a prepararsi a una lunga lotta di giorni e lanciando, infine, un ultimatum al potere: avete 48 ore, dopodiché sarà sciopero generale (Malaga, 1918).

Marina sa cosa c’è nella pancia delle donne, il desiderio si annida lì ed è molto più complesso e scomodo: i figli a volte si vogliono e altre no, a volte è possibile, altre proprio inimmaginabile. Le sue mani di ginecologa reggono il microfono e la sua voce si dilata, spiegando come sul corpo delle donne non c’è autorità esterna che regga (Perugia, 2020).
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Accadeva di tutto in quel 1918 che però non veniva dal nulla e al nulla non tornava, furono anni di femminismo globale, di cui poco ci si ricorda perché il mondo è poi emerso da una guerra mondiale e da una febbre mortale che poco spazio hanno lasciato alla memoria delle donne, ai volti, ai nomi, alle mani solcate. Queste hanno organizzato lotte e scioperi, redatto carte, documenti e gettato le basi per norme internazionali sul lavoro. Hanno continuato a portare avanti la battaglia per il suffragio universale, quella per un femminismo pacifista che diede a sua volta vita a mobilitazioni e iniziative. Idee e voci che si muovevano tra Europa e Stati Uniti, in nord Africa, sulle macerie dell’Impero Ottomano, si sollevavano contro i nuovi poteri coloniali e imperialisti, sfidando i nazionalismi.
Laddove la pandemia raggiunse l’Egitto, nell'autunno del 1918, togliendo la vita all’egiziana Malak Hifni Nasif, difensora dei diritti delle donne, l'amica Huda Shaarawi, incurante delle prescrizioni dell'harem si unì al corteo funebre, tenendo poco dopo un discorso pubblico che ne fece la “prima femminista egiziana”; nel frattempo Mary Macarthur, femminista scozzese, con il marito morto tra le braccia per quella maledetta febbre di cui lei sapeva così poco, si rimboccò le maniche per recarsi l’anno seguente a Washington, alla Conferenza internazionale del lavoro, con la giovane figlia al seguito, per difendere i diritti delle donne lavoratrici; così come in una Roma sporca e maleodorante di povertà e potere (il tempo a volte non cambia le cose), una delle sezioni italiane della Women’s International league for Peace and Freedom, organizzava una mobilitazione affinché gli aiuti di Stato, destinati alle famiglie delle vittime di guerra, fossero riconosciuti anche alle figlie e ai figli nati fuori dal matrimonio. Campagna, che si concluse positivamente grazie al supporto parlamentare dei socialisti italiani, ma vide le donne coinvolte soggette a ripetuti controlli di polizia. Anita Dobelli, rappresentante della Lega, perché tra le poche che parlava l’inglese, era tenuta sotto controllo insieme alla sua corrispondenza e venne convocata in Questura decine di volte.
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La Guardia Civil non si fa attendere, troppa l’offesa, non solo straccioni ma addirittura donne, allora che parta una carica che le rimetta al loro posto… corrono Dolores, Marià, Beatriz e gli uomini che sino ad ora hanno partecipato, un passo indietro, rispettando la testa del corteo di sole donne e adeguandosi a ogni decisione presa; alla fine restano a terra quattro persone, due sono donne. I corpi saranno sepolti all’alba, di nascosto, per evitare pubblico dolore e altre manifestazioni. Non sarà la morte a fermarle, la fame morde la vita che morde la fame (Malaga, 1918).

La giunta del Comune di Perugia sobbalza, ora vogliono abortire in casa, non solo non vogliono essere madri ma vogliono disporre del loro corpo al chiuso delle pareti domestiche… è necessario che capiscano cosa possono fare e cosa no: abroghiamo la norma che consentiva alle donne di interrompere la gravidanza tramite pillola abortiva in day-hospital o ricevendo assistenza domiciliare, in piena intesa con la legge vigente. Ricoveriamole per tre giorni! (Perugia, 2020).
Era un mondo di donne in fermento che continuò a muoversi in senso figurato e materiale, non erano incuranti di quella che oggi vorrei definire una distanza di cura che ci chiama all’attenzione di non contagiare, né essere contagiate. Piuttosto non erano state informate, con semplice ferocia la gravità della pandemia era stata taciuta. Peccato che oggi come allora il re è nudo, o meglio ha il Covid, sì perché se il primo cittadino britannico, il Presidente del Brasile e chissà chi altro si sono ammalati, anche all’epoca sembra fossero contagiati il Primo ministro inglese (evidentemente l’immunità di gregge è un mito e la regina non è taumaturga) e il Presidente degli Stati Uniti.
Secondo diverse fonti storiche durante la prima e la seconda ondata dell'influenza spagnola nel 1918, i governi belligeranti non hanno volutamente dato informazioni sulla malattia per non interrompere la fiorente economia di guerra. La salute pubblica e l’accesso ai servizi erano un invece un argomento importante e condiviso del femminismo globale dei primi del Novecento, diverse erano le mediche attiviste, così come più volte esplicitato nelle loro parole il nesso tra salute e sicurezza globale, termine quest’ultimo che non indicava la difesa dei confini.
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Ne varcarono infatti altri l’anno seguente, in un 1919 di fine guerra in cui a Parigi gli Stati alleati alla Conferenza di pace istituirono la Società delle Nazioni, con l'intenzione di sovrintendere allo sviluppo di un ordine globale. Le femministe pacifiste contestarono aspramente la presunta pace di Versailles denunciandone il nazionalismo, la crudeltà che condannava gli Stati usciti sconfitti alla fame e all’umiliazione, l’assenza della questione dei diritti delle donne. Lo fecero riunendosi a Zurigo, con donne che provenivano anche da paesi che si erano fatti la guerra e lo fecero mentre la pandemia ancora mieteva vittime. Andarono persino oltre invitando i leader globali a pensare e costruire "un'organizzazione internazionale ai fini della pace" in grado di garantire che "le risorse del mondo" fossero "rese disponibili per il sollievo dei popoli di tutti i paesi dalla carestia e dalla pestilenza".
Nel frattempo da Perugia le donne sono arrivate a protestare a Roma, davanti al Ministero della salute; le libanesi riempiono le strade non perché il pane è troppo caro, il pane non c’è più; le femministe di network transnazionali hanno intimato le Nazioni Unite di non cancellare ma solo rimandare la Conferenza che doveva fare il punto sui 25 anni dalla Conferenza delle donne di Pechino e intanto hanno scritto una dichiarazione femminista che inizia così: noi, gruppi femministi, rappresentanti dei sindacati, organizzazioni di donne e di comunità, gruppi di indigene, difensore dei diritti delle persone disabili, LBTQ+ e persone non conformi alle norme di genere, persone intersessuali, donne difensore dei diritti umani e organizzazioni di ragazze o dirette da giovani (tra le altre) chiediamo…

Sarebbe bello se il prossimo anno fosse a Malaga.

Sono le Faeneras, le lavoratrici a giornata, raccolgono le mandorle, disidratano l’uvetta, inscatolano il pesce, le pagano a cottimo ma si sono prese le strade della loro città e per un mese intero hanno protestato, avevano fame. Da 800 che erano sono scese poi in strada 12.000 persone. Tutti i giornali dell’epoca hanno parlato di loro. Hanno vinto: il prezzo del cibo si è abbassato al grido sostenuto di “Vivan las mujeres unidas”(Malaga, 1918).

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22

gen

Il resto è paesaggio

di Serena Patrignanelli

22 gennaio 1918

Nasce Bruno Zevi, architetto e urbanista italiano.
Bruno Zevi è nato a Roma, ma ha vissuto molto all’estero, esule durante il fascismo.
Dagli Stati Uniti si unì al movimento Giustizia e Libertà, per cui diresse i Quaderni Italiani. Tornato in Italia fondò APAO, Associazione per l’Architettura Organica, quella branca dell’architettura che pone al centro l’armonia tra costruzione e ambiente circostante.
Bruno Zevi è nato a Roma, ma ha vissuto molto all’estero, esule durante il fascismo.
Dagli Stati Uniti si unì al movimento Giustizia e Libertà, per cui diresse i Quaderni Italiani. Tornato in Italia fondò APAO, Associazione per l’Architettura Organica, quella branca dell’architettura che pone al centro l’armonia tra costruzione e ambiente circostante.
E questo, direi, è tutto quello che so sull’argomento: informazioni lette su internet, mischiate a qualche reminiscenza dei discorsi del mio coinquilino Simone, che studiava al politecnico di Torino.
L’architettura non è proprio il mio campo. E allora, perché ne parlo?
Perché è il 2020, sono chiusa in casa e il rapporto tra vita e spazio abitativo è improvvisamente il mio argomento preferito. Guardando la parete del soggiorno, orizzonte del mio lockdown, non riesco a smettere di chiedermi se questa casa sia davvero il mio posto, se abbia senso il modo in cui la abito, la realtà urbana sovraffollata che gli sta intorno frenetica e che improvvisamente tace, lasciandomi a misurare in silenzio lo spazio che ho dato a mia figlia per fare esperienza del mondo: 55 metri quadrati calpestabili. Che sono pochissimi e sono un grande privilegio.
Perché la pandemia, come le emergenze globali amano fare, ha ripescato dal nostro rimosso collettivo alcuni grossi problemi, come ad esempio quanto sia diseguale nel mondo il diritto all’abitare. L’imperativo “restate a casa” è stato rivolto a tutti, ma ha significati opposti per chi ha una villa con eliporto e per chi vive per strada. Se la pandemia ci ha reso tutti uguali di fronte alla paura e al dolore, il lockdown ci ha ricordato che invece siamo molto, molto diversi.
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Aree interne

Lo smart working ha trasformato il mio pc in un’estensione del mio cervello, e così appena ho iniziato a riflettere su queste cose ho chiesto a Google di illuminarmi: cosa dicono gli architetti? Come facciamo ad abitare tutti il mondo in maniera sensata?
Ho trovato tanti progetti e riflessioni, ma di risposte globali nessuna. Così ho provato a restringere il campo e concentrarmi sul nostro Paese, più o meno nello stesso momento in cui sui quotidiani mainstream arrivava un dibattito su urbanistica e pandemia lanciato da Stefano Boeri. Che alle mie orecchie, digiune di questi argomenti, suonava più o meno così:
Boeri: «Andiamo nei piccoli borghi! C’è un sacco di spazio!».
Associazioni Borghi e Piccoli comuni: «Sono anni che ve lo diciamo! Venite! E portate internet!»
Di che parlava Boeri? Chi sono le associazioni dei borghi e dei piccoli comuni? Continuo a studiare e scopro una cosa che mi sembra enorme: il sessanta per cento del territorio italiano è a rischio spopolamento. Vuol dire 180.000 chilometri quadrati. Più o meno la superficie della Cambogia. Una cosa tra Cambogia e Uruguay, per essere precisi.
Sono le “aree interne”: zone significativamente distanti dai servizi essenziali (trasporto collettivo, sanità, istruzione) e caratterizzate, oltre che da bassa densità, da invecchiamento dell’età media e riduzione occupazionale.
La rarefazione demografica (locuzione che spero di aver inventato io) non è uguale ovunque, alcune aree hanno trovato il modo di mantenere un’identità e un rapporto virtuoso col resto del Paese, ma i comuni con meno di mille abitanti sono moltissimi, la maggior parte in zone mediocollinari o proprio in montagna. Lo spopolamento è iniziato nel secondo dopoguerra, coi flussi migratori che dalla campagna si spostavano verso le fabbriche. Svuotati dei loro cittadini, questi centri sono rimasti a subire un costante impoverimento di servizi, il dissesto idrogeologico, e oggi il digital divide.
Nel frattempo l’economia è cambiata, ma noi siamo ancora qui, nelle nostre periferie sovraffollate, a contare il livello di PM10 nell’aria, gravitando intorno a posti di lavoro che si dissolvono o a svolgere attività che, è appena stato dimostrato, possiamo seguire da remoto.
è iniziato nel secondo dopoguerra, coi flussi migratori che dalla campagna si spostavano verso le fabbriche. Svuotati dei loro cittadini, questi centri sono rimasti a subire un costante impoverimento di servizi, il dissesto idrogeologico, e oggi il digital divide.
Nel frattempo l’economia è cambiata, ma noi siamo ancora qui, nelle nostre periferie sovraffollate, a contare il livello di PM10 nell’aria, gravitando intorno a posti di lavoro che si dissolvono o a svolgere attività che, è appena stato dimostrato, possiamo seguire da remoto.
Forse è arrivato il momento di chiederci perché restiamo.
C’è così tanto spazio pronto a garantirci un altro tipo di vita, più a contatto con la natura, più lento, più adatto ai nostri ritmi naturali. Dove chi ha perso il suo posto nel tessuto sociale potrebbe costruirsene uno nuovo, e chi non l’ha mai avuto potrebbe finalmente trovarlo.
Più leggo di questo sessanta per cento di Paese Potenziale, più ne resto affascinata. Anche per un motivo di linguaggio: negli articoli specializzati si parla di oblio e memoria, di desertificazione sociale, di Territori Silenti, di Comuni Polvere. Una storia che trasforma il linguaggio statistico in linguaggio poetico dev’essere per forza la storia di una rivoluzione, mi dico. Ed ecco, sto già sbagliando.
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Ritornare

«Tutto l’apparato linguistico su questi temi è negativo, se ci fai caso» mi ha detto Silvia Passerini, la prima donna con cui ho parlato di ritorni. «Comune Polvere, per esempio: la polvere è invisibile, non ha nessun valore. Noi ci siamo accorti di questo fenomeno e abbiamo cercato di invertire la tendenza: non vogliamo parlare di abbandono ma di futuro, di speranza, di vita».
Silvia è la vice-presidente della rete del ritorno, che in effetti è un nome stupendo, da poema epico. Ho parlato a lungo con lei e con Antonella Tarpino, presidentessa della Rete, che mi hanno aiutato a prendere primi pezzi di retorica urbana e farli a pezzi.
La Rete è nata intorno all’esperienza di Paraloup, la borgata più alta della Valle Stura, un tempo sede della prima banda partigiana di Giustizia e Libertà (la stessa Giustizia e Libertà di Bruno Zevi, che quando l’ho scoperto mi è apparso davanti come a dire «vai, sei nel posto giusto»).
Gli edifici storici di Paraloup sono stati recuperati con progetti di architettura in armonia col paesaggio (Sì Bruno, esatto!) che li ha resi di nuovo vivi (ospitano eventi culturali, formativi, un rifugio ecc.) e la Rete che è partita da qui si propone di mettere in contatto associazioni e singoli che vogliono tornare ai luoghi abbandonati.
Perché la strada che dalla città porta alla montagna è in salita in ogni senso. Il primo problema è la disponibilità della terra: sebbene deserti, questi terreni sono difficilissimi da acquistare. Spesso sono divisi tra mille eredi, o se appartengono ad un solo proprietario quello, visto che valgono poco, preferisce non vendere e fare dei suoi campi un monumento alla nonna che un tempo li coltivava (un monumento potenziale, visto che non lo sa nessuno). E poi ci sono i territori silenti, di cui è impossibile rintracciare il proprietario. Per superare questi ostacoli servono strumenti collettivi, che la Rete cerca di costruire. E anche una volta acquistato il terreno, chi vuole ritornare ha diversi problemi: di sicuro, l’accesso al credito in assenza di garanzie (come impianti un’attività se non hai capitale? E come lo ottieni se è la tua prima impresa?). Ma è difficile anche mettere insieme le competenze necessarie per portare avanti un’azienda agricola, turistica, un allevamento, o qualsiasi altra idea. La Rete ha aperto una scuola del ritorno in montagna che si occupa proprio di prendere pochi allievi con un progetto e aiutarli a formarsi sotto ogni aspetto.
Lo scopo dell’associazione però non è tutto pratico. C’è un senso più profondo: costruire un ponte tra due mondi che non si conoscono più, l’urbano e l’extra-urbano.
I territori marginali conservano un bagaglio di memoria ricchissimo, la memoria di chi ha vissuto una storia d’Italia parallela, mentre il Paese andava da un’altra parte. Questo sapere, che è biografico e sociale ma anche tecnologico, pratico, è oggi un serbatoio di spunti per chi ritiene che il sistema che abbiamo costruito nel frattempo non sia il migliore possibile. Allo stesso tempo chi si è formato da quest’altra parte, giovani laureati in agraria, botanica, eccetera, tornando può portare competenze inedite. La contaminazione tra i due mondi dà un risultato che non coincide con nessuno dei due, ma genera una terza via. Non si tratta di importare a margine modelli costruiti al centro, ma nemmeno di guardare agli antichi saperi con litanie retoriche. Si tratta di cogliere l’occasione per ridefinire stili di vita e modelli produttivi.
Questo vale dal punto di vista pratico, Silvia ad esempio mi parlava delle sperimentazioni sugli scarti della lana (ma ce ne sono molti altri): imparando a trovare nuove funzioni per gli scarti abbiamo un ovvio guadagno materiale. Ma vale anche dal punto di vista teorico, perché abituarsi a considerare lo scarto cambia il nostro rapporto con ciò che produciamo e ciò che lasciamo indietro. In generale, vivere con meno gradi di separazione tra le nostre azioni e le loro conseguenze sul territorio ci costringe ad una coscienza diversa.
Mi sembra che i principi che le donne della Rete mi hanno esposto siano condivisibili. Ma sono abituata a leggere romanzi e guardare serie tv, quindi per capire davvero ho bisogno di personaggi. Chiedo loro se c’è qualcuno con cui potrei parlare, qualcuno che sia passato per questa esperienza e che possa aiutarmi a creare un immaginario preciso, reale, di cosa significhi ritornare.
È così che conosco Viviana.
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Viviana

«Il primo inverno ci sono stati solo cinque giorni di sole. Uscivo col passeggino e il bambino veniva ingoiato dalla nebbia. C’era ghiaccio su tutta la strada, se mi fosse successo qualcosa non l’avrebbe saputo nessuno».
La vita di Viviana in montagna inizia così, una dozzina di anni fa.
Prima di trasferirsi era ufficio stampa per una multinazionale, a Milano. Lavorava molto, andava in palestra, mi parla di tacchi alti e smalto: il profilo perfetto di una lavoratrice di città inserita nel sistema capitalista. Ma Viviana ci tiene a sfatare luoghi comuni, e specifica che in effetti l’attrazione per l’altrove lei e suo marito la sentivano da sempre, e si erano già avvicinati all’agricoltura, prima coltivando un orto urbano, poi con fughe sporadiche in montagna e infine, grazie ad un colpo di fortuna, con l’acquisto di un terreno con un’ottima esposizione nel comune di Fortunago, trecento abitanti, nell’Oltrepò Pavese.
Per un po’ sono andati avanti così, settimana in città, week end in campagna: due vite parallele, finché Viviana è rimasta incinta e ha deciso di sceglierne solo una.
«Ho provato il part-time, ma non riuscivo a fare il mio lavoro senza dare tutto. Mi vedevo in trasferta a Lione, con mio figlio a casa con la febbre affidato a una tata. L’alternativa era questo posto incontaminato, bellissimo, un paradiso».
Così Viviana si licenzia e si trasferisce a Fortunago, ma il paradiso si rivela un freddissimo posto reale: strade tutte in salita, termometro a meno diciassette, un figlio piccolo e un altro in arrivo, suo marito che li raggiunge solo nel weekend perché per ora deve mantenere il vecchio lavoro in città. In quello stesso periodo sua madre si ammala e Viviana realizza di non essersi mai sentita così sola. Era abituata a identificarsi col suo lavoro, con quello che dicevano i suoi biglietti da visita che ora sono solo piccoli rettangoli di puro non senso: ha la chiara percezione di non essere più nessuno.
«Mi sono detta, o sprofondo o reagisco».
E siccome non è tipo da sprofondare si mette a lavorare sempre più sodo. Gli orti iniziano a dare frutti e lei parte a fare mercatini, portandosi dietro il bambino e articoli che non sa prezzare (li vende ad offerta libera), ma riuscendo così a far conoscere l’azienda agricola nella zona, visto che per la sua esperienza precedente e per indole è (parole sue) “un animale da circo”.
L’approccio sociale ha permesso a Viviana e la sua famiglia di inserirsi in una comunità chiusa in cui sarebbero dovuti restare per sempre “foresti”, perché hanno aperto il loro terreno per invitare i vicini a festeggiare i traguardi raggiunti, mostrando cosa facessero sui loro campi. Anche la scuola che i suoi figli hanno frequentato è un prodotto locale: una scuola di montagna, di quelle pluriclasse che sulla carta dovrebbero essere di serie B e che invece, grazie all’amministrazione saggia di fondi speciali, si è rivelata ottima, con strumenti all’avanguardia e molte attività per i ragazzi.
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Il successo, per niente scontato, di questo percorso è accompagnato da un approccio fedele ad alcuni principi, e i principi in agricoltura coincidono con tecniche: Viviana e suo marito non usano macchine agricole, non usano diserbanti, fanno tutto con le loro mani. Persino la loro casa, che è fatta di paglia.
Di autocostruzione mi aveva già parlato Silvia della Rete del ritorno. Quando costruisci, mi spiegava, dovresti ricordare che la tua casa ti sopravviverà. Il suo impatto sul paesaggio continuerà dopo di te, per questo dovresti usare materiali deperibili, rimovibili e soprattutto locali. In questo modo quando la tua casa crollerà non sarà un problema: la materia che la costituisce era lì prima di te e può restarci.
Viviana e suo marito hanno affidato a una ditta locale le parti di progetto che fisicamente e legalmente non potevano realizzare da soli, il resto l’hanno fatto loro, impilando ballette di paglia fatte col loro grano, infilzate col bambù e intonacate con l’argilla dei loro campi. A vederla sembra una casa normale, ma in effetti non c’è un grammo di cemento.
La casa di paglia ha attratto curiosi, e quindi clienti, e quindi ha contribuito al successo dell’azienda agricola che intanto è diventata pure agriturismo e molte altre cose, perché, mi spiega Viviana, per combattere l’isolamento in montagna devi creare tu ciò che il territorio non può offrirti. Sul loro terreno organizzano letture, incontri con autori, artisti e artigiani, seminari, proiezioni di film.
Ovviamente tutto questo ha un prezzo, ed è una fatica fisica inimmaginabile per quella retorica che idealizza la vita bucolica. Ma la fatica, mi dico ascoltando questi racconti, è contenuta in qualsiasi stile di vita. E quindi questa vita in particolare mi sembra un modello, la prova che scegliendo un’esistenza coraggiosamente lontana da quella a cui siamo abituati possiamo costruirci un futuro pieno.
Chiedo per scrupolo a Viviana se ci sia qualcosa che non va, in questo quadro che mi pare perfetto. Lei prende un bel respiro. Poi mi fa fare un capitombolo mentale, perché mi dice:
«Ho capito che ci sono spirali, ci sono vortici.
Lasci un vortice per entrare in un altro. Qui ci sono tantissime cose da fare, e devi riuscire a tenere il timone. Io sono una perfezionista, non riesco a fermarmi finché non ho ottenuto il meglio, e invece è importante imparare a fermarsi prima del limite. Perché la scelta che hai fatto non può diventare un nuovo vortice, non può mangiarti la vita». E sono al punto di partenza. Perché questo discorso sul tempo che sfugge di mano, su vortici e spirali, mi è molto familiare: l’ho sentito in bocca a freelance e madri lavoratrici, a informatici e dipendenti delle big four, da chi passa ore nel traffico, da chi aspetta con ansia le ferie, l’ho fatto io stessa tante volte, anche all’inizio di questa riflessione, mentre mi chiedevo se non fosse il caso di cambiare il nostro stile di vita.
Davvero ho tra le mani il racconto prezioso di Viviana, e tutto quello che riesco a concludere, rielaborandolo, è qualche frase retorica e scontata, tipo «la montagna non è fuori ma dentro di te». Come si costruisce un immaginario nuovo su un presupposto del genere? A che serve quest’articolo?
Ho continuato a chiedermelo per un po’. Poi ho trovato Irene.
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Irene

Montagna: femminile plurale di Irene Borgna e Giacomo Pettinati, è un ebook Zandegù che racconta storie di donne che abitano la montagna. Inizio a leggerlo per curiosità, continuo perché mi piace e arrivata all’ultima storia trovo descritto il rifugio della famiglia del mio coinquilino Simone, quello che studiava al Politecnico di Torino (è un dato indimostrabile, lo so, ma giuro che è vero). Decido che questo è un segno e che prima di concludere la mia indagine sull’argomento devo seguire questa pista. Contatto l’autrice del libro pensando che possa farmi da ponte per parlare con una delle donne di cui ha raccontato la storia, e invece scopro che Irene Borgna non è un ponte, è il mio punto d’arrivo.
Perché anche Irene è una ritornante, o meglio un’aspirante ritornante: cerca di comprare casa in montagna da dieci anni e non ci riesce: «c’è un’intelligence immobiliare qui, i posti buoni spariscono in mezza giornata, se li passano tra loro».
Loro sono i locali, Irene invece è una forestiera, viene dal mare, da Savona.
È arrivata in una valle delle Alpi Giulie per studiare le comunità montane, per una tesi in antropologia. Una volta questa montagna era sovraffollata e quindi le testimonianze sulla vita quassù abbondano. Dopo il “grande esodo” antropologi dell’emergenza si sono precipitati qui per raccogliere le ultime testimonianze prima che finissero nell’oblio. Ma poi nessuno se n’è più interessato, e Irene voleva studiare come stanno le cose adesso: prima questa era una comunità rurale, ora cos’è? C’è ancora qualcosa di autentico, o è rimasto solo il folclore stimolato dal turismo? Com’è cambiato il paesaggio con lo spopolamento, e com’è cambiata la percezione di chi lo abita?
Irene andava in giro con vecchie cartoline di questi posti, cercava di ricreare le stesse inquadrature e poi scattava. Dove c’erano prati e pascoli, ora c’era solo bosco – lo chiamano “deserto verde”, è un fenomeno che sfugge completamente di mano: abbandoni un terreno, oggi cresce un frassino, domani c’è una foresta.
I vecchi abitanti della valle le dicevano che la montagna era più bella prima, perché era tutta “pettinata” e ordinata. I ragazzi invece la preferivano adesso, perché più bosco significa più verde, più ossigeno. Irene mi fa capire che non c’è una risposta giusta né una sbagliata, perché anche se ora fa un altro lavoro è pur sempre un’antropologa, e mi pare che questo mondo continui ad osservarlo senza giudizio.
Senza giudizio mi racconta che gli approcci di chi vive in montagna sono diversi. Chi è qui da sempre vede ormai il contesto solo come una specie di quinta teatrale. Chi arriva da fuori invece vede risorse, stimoli e potenzialità, ma questo non vuol dire che trovi sempre una quadra per costruirsi un’esistenza piena, o per interagire al meglio col territorio. C’è chi mette su aziende agricole innovative che combinano tradizione e tecnologie contemporanee, ma per farlo devi avere la terra (ovvero devi averla ereditata).
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Poi ci sono gli allevatori, ma loro «fanno una vita monastica, molto sacrificata, gli animali mangiano pure se è Natale, se hai il ciclo e non ce la fai ad alzarti dal letto, a loro non importa. C’è anche chi non lavora con la terra, ad esempio io ora faccio la communication manager: potrei avere la stessa vita in città. Certo quando sollevo lo sguardo vedo la montagna invece che un muro, e contribuisco a pulire i margini del bosco, ma non ho un impatto significativo sul territorio».
La montagna insomma contiene molte vite possibili e nessuna di queste pare coincidere con quella svolta esistenziale che ingenuamente mi aspettavo di trovare, Irene me lo conferma. E allora perché un singolo dovrebbe decidere di sradicare la sua vita e ricostruirla altrove? Con quale ispirazione, con quale obiettivo?
Con Irene parlo al telefono quindi non so che espressione abbia quando le pongo le mie domande.
Credo che adesso però inclini la testa, con la faccia che ti viene quando parli con un bambino che non ha capito il punto. Perché il punto non siamo noi.
Se oggi le montagne sono luoghi marginali, domani potrebbe non essere così. I cambiamenti climatici modificheranno drasticamente il nostro rapporto col territorio, alte colline e montagne saranno luoghi freschi quando la temperatura sarà troppo alta, vicini alle fonti d’acqua quando l’acqua comincerà a scarseggiare.
Se non riflettiamo adesso come comunità, come stati centrali, come organismi internazionali su questi temi, lo farà qualcun altro. Irene pensa ai grandi gruppi economici che potranno permettersi di comprare intere valli (perché il problema della proprietà in montagna si risolve, se si hanno molti soldi da spendere) per prepararle ad un’edilizia di lusso, con abitazioni pronte per chi potrà acquistarle quando le cose in pianura si faranno invivibili.
Intere fette della popolazione allora saranno tagliate fuori da un patrimonio che oggi, invece, è di tutti. «Serve una pianificazione da sognatori», dice Irene.
Lo scenario distopico che mi ha descritto colonizza il mio immaginario in un attimo. Un po’ perché è un mondo narrativo potentissimo, perfetto per una serie tv che già mi vedo coprodotta con la Francia, con Sandra Bullock protagonista. Ma soprattutto perché è quello che mi resta per disegnare il paesaggio, adesso che i campi di segale e retorica che mi ero immaginata all’inizio sono stati spazzati via. Il punto non siamo noi. Il punto non sono le nostre vite urbane iperstimolate, la nostra libertà di scelta, il nostro bisogno di giardini in pandemia: il punto è il futuro.
Se alle mie spalle c’è Bruno Zevi che mi dice di costruire in armonia col contesto, e in un futuro ipotetico c’è una holding immobiliare che chiude fuori col filo spinato intere masse di popolazione, allora abbiamo una grossa responsabilità. Siamo nella posizione perfetta per prendere la memoria del nostro passato che ancora resiste in questi luoghi e traghettarla verso architetture che non abbiamo ancora immaginato.
Diceva Eca de Queiroz, lo scrittore portoghese: «Il Portogallo è Lisbona, il resto è paesaggio», segno che di spazio da disegnare ne abbiamo tanto, non solo in Italia ma anche nel resto del mondo.
Possiamo ancora fare di questo paesaggio il contesto migliore per il nostro futuro. Ma dobbiamo farlo ora, prima che anche questo presente diventi passato.
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11

mar

Nella città dei poveri morti

di Carola Susani

11 marzo 1918

Il virus raggiunge il quartiere Queens di New York;
a Hart Island, a causa della Spagnola, verranno sepolte nel 1918 circa 20.000 persone nelle fosse comuni, soprattutto chi non potrà pagarsi la sepoltura o non sarà identificato.
Quando finalmente riaprirono le frontiere, mi feci animo e decisi di venirti a cercare. Nei mesi in cui fra la mia e la tua nazione nessuno sconfinamento era stato possibile, ci eravamo tenute in contatto attraverso ogni mezzo, zoom, Skype, lunghe videochiamate, una volta mi avevi addirittura fatto recapitare una lettera: mi raccontavi il mondo svuotato al tempo dell'epidemia, e io sentivo la tua voce acuta e scoppiettante che mi invitava a seguirti nelle incursioni per le strade deserte, nei boschetti di rovi che avevano preso forma dentro la città, mi mostravi l'apparente felicità e il concreto disagio delle bestie – pappagalli, lepri, scoiattoli, conigli – rimaste nei parchi mentre l'umanità si ritirava.
Quando finalmente riaprirono le frontiere, mi feci animo e decisi di venirti a cercare. Nei mesi in cui fra la mia e la tua nazione nessuno sconfinamento era stato possibile, ci eravamo tenute in contatto attraverso ogni mezzo, zoom, Skype, lunghe videochiamate, una volta mi avevi addirittura fatto recapitare una lettera: mi raccontavi il mondo svuotato al tempo dell'epidemia, e io sentivo la tua voce acuta e scoppiettante che mi invitava a seguirti nelle incursioni per le strade deserte, nei boschetti di rovi che avevano preso forma dentro la città, mi mostravi l'apparente felicità e il concreto disagio delle bestie – pappagalli, lepri, scoiattoli, conigli – rimaste nei parchi mentre l'umanità si ritirava.
Ti eri fatta un dovere di nutrirle, così ti caricavi in macchina sacchi di mangime e le tue giornate passavano allegre, illegali e faticose. Qui da me l’eco della tragedia giungeva attutita, il bosco ci proteggeva, l’orto ci nutriva.
Da un po' di tempo però non mi arrivavano tue notizie. Le pagine social erano ancora aggiornate, ma nella tua voce c’era qualcosa di stonato, o di troppo intonato, io pensai a un dolore.
Mia madre, con cui da anni mi ero risolta a vivere, quando una mattina a colazione le indicai la data della partenza, mi chiese di restare. «Ma è tutto finito», sorrisi, «non c'è più nessun rischio».
Lei rimase in silenzio, scosse appena la testa. A volte le capitava di mostrare ancora, svuotato di ogni efficacia, il bisogno di proteggermi.
Venni giù in macchina, cercai un passaggio. Il costo dei viaggi in treno era proibitivo e gli aerei non partivano ancora. Guidava un ragazzo muscoloso, dalla pelle luccicante, che ghignava e chiedeva complicità su complotti, uno diverso dall’altro, contraddittori e verosimili; gli altri passeggeri, una ragazza dai capelli a caschetto, un professore universitario e la sua magrissima figlia annuivano o controbattevano a denti stretti.
Dove una volta c’era il granturco ora sembrava acquitrino, ma l'aria era trasparente, la siluette del campanile poco prima dell'orizzonte era precisa, come ritagliata. Il vetro era sporco, segnato da strisce di sabbia. L’ultima volta che ci eravamo viste era stato per salutarci, tu avevi come sempre i ricci in su, antigravitazionali, come dicevamo. Mi avevi accompagnato alla stazione. Avevi ogni cosa all’insu, tranne il collo che piegava leggermente in avanti. Volevi regalarmi qualcosa, così mi trascinavi di negozio in negozio, libreria profumeria gadgettistica, senza trovare niente di abbastanza economico e bello. Non mi confessavo la paura che a tratti mi avvampava nel corpo.
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Ormai le macchine si erano riprese le autostrade, le strade veloci, le comunali. Quando, dopo ore al casello, finalmente arrivammo, la città sembrava fosse stata lavata, la luce, i colori l’asfalto, ogni cosa brillava, il fondo dell'aria era terso, e le bestie che avevi nutrito si mostravano, per niente timide, i pappagalli sugli olmi, gli scoiattoli su e giù per le querce. Le tortore facevano come sempre sentire il loro filosofico cadenzato verso; ogni cosa sembrava rinata, e la gente occupava le strade, a piedi, in bici, con i mezzi a due ruote armoniosamente veloci; quando il giovane palestrato mi aprì la portiera, e toccai con la suola l’asfalto granuloso, non so perché, forse l'aria fresca e frizzante, mi si accese in corpo la certezza che ti avrei rivisto, e quasi ballavo per la strada copiando inconsapevolmente i tuoi gesti. Tirai fuori il trolley dal bagagliaio.

Ritmicamente la gonna mi ballava sul corpo. Girai per una traversa che conoscevo, una strada non piccola, non grande, alberata. Una scorciatoia per arrivare alla strada dove avevamo vissuto. Fu allora che li vidi per la prima volta, una catasta di corpi. Erano corpi di donne, di uomini, di vecchi, uno sopra l'altro, i vestiti stazzonati.

Non so dirti bene l'impressione che mi fecero, dapprima disgusto, mi salì dell'acido alla gola, e poi subito orrore e paura. Un nastro giallo circondava la montagnola dei corpi addossati sulla parete grigiastra. Un ristoratore stava aprendo in quel momento il negozio, ricopriva i tavoli con la plastica trasparente. Senza darmi il tempo di pensare gli chiesi chi fossero quelli, mi sorrise, mi disse: «Non guardi dal lato sbagliato, venga dentro, le offro un caffè».
«Ma chi sono?» «E chi devono essere? i morti». Non puzzavano affatto. Forse per via degli smottamenti, dell'assestamento, sembrava che si muovessero di continuo, le gradazioni di colore della pelle, i costati, le gambe, quelle nude, quelle coperte dalle calze, un volto di ragazza, due corpi di vecchi. Distolsi lo sguardo. «Lei manca da tanto?» Annuii. Guardai l'uomo, la sua espressione benevola, comprensiva. Mi voltai e cominciai a correre.
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Tirandomi dietro il piccolo trolley verdastro, andavo a perdifiato. Ma lungo tutta la strada principale, ora me ne accorgevo, c'erano altre cataste di corpi, a distanza l'una dall'altra, tutte circondate dai nastri. Cosa correvo a fare? A poco a poco rallentai e cercai di ritrovare il ritmo del respiro. Ma tu, questi corpi li hai visti? Tu che sei sensibile al respiro dei lepidotteri? In quel momento ho sperato che tu fossi morta molto presto, molto prima di vedere quello scempio.
Camminai con il mio trolley al centro della strada, per arrivare alla tua ultima casa. Un palazzetto della seconda metà del Novecento, dalla grande terrazza, ci avevamo vissuto insieme, a giugno trascinavamo fuori il materasso e lo lasciavamo lì fino alle piogge di agosto. Mi aprì un coinquilino scuotendo la testa. «Non è qui da tempo, boh, non so dov'è adesso». Mi sembrava ci fosse in lui una reticenza, teneva la porta socchiusa. Implorai mi mostrasse la stanza, resistette flebilmente. Il corridoio in graniglia risuonava dei miei passi come sempre. La stanza era vuota, a parte il materasso arrotolato per terra e l'armadio aperto, addossati alla parete grigiastra c'erano i corpi.
Ragazze che non erano te, dai volti grigiastri, uomini dai lineamenti duri e sbiaditi, gambe, piedi coperti da calze a brandelli. Non era soltanto assestamento, si muovevano continuamente uno sull'altro, silenziosi, ciechi, come code di serpenti.
«Perché sono qui?», gli chiesi, il coinquilino mi era venuto dietro e mi si era sistemato alle spalle. «La stanza era vuota, dove potevo metterli?» «Ma chi li ha portati?» «Tu non lo sai? Nessuno li porta: arrivano. Non sono pericolosi. Non fanno niente. È vietato toccarli». «Posso restare?», gli chiesi, «smezzo l'affitto. Mi sistemo in terrazzo».
Sui social apparivi a ore strane, l’espressione scherzosa e sorridente, postavi una foto, una massima, il canto di un usignolo nella notte. C’era qualcosa di stereotipo in quei post, erano gli aforismi e le immagini che chiunque si sarebbe aspettato dalla tua bella intelligenza, nessuno scarto, nessuna sorpresa, nessun cedimento.
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Mi resi conto che non eri tu a caricarle, che non c'era più nessuno oltre lo schermo, era un'azione che avevi programmato per tempo. Ma allora dov’eri? Investigavi sulla ragione della presenza dei morti, volevi far perdere le tracce; eri morta anche tu, eri finita con gli altri corpi delimitati dal nastro?
Il coinquilino uscì sul terrazzo per invitarmi a pranzo. Mi aveva preparato un panino nero con dentro humus e finocchi. «Cosa succede», gli chiesi «se qualcuno prova a trascinarli via, se prova a seppellirli». Sorseggiò due dita di birra. «È vietato toccarli, ma nessuno viene davvero punito. Ti mostro». Appoggiò il panino sul piano di formica, si alzò, tornò dalla sua stanza con il tablet: c'erano foto delle cataste in punti diversi della città, c’erano video. Persone dagli abiti dimessi fissavano a lungo le cataste, poi come trasfigurate, sorridenti, entravano dentro il cumulo e si accasciavano. In un video c'era un gruppo di uomini che trascinavano fuori un corpo di donna quel tanto che bastava per abusarne.
Un video ancora, giovani maschi e femmine lanciavano bottiglie contro le cataste, prendevano i corpi a calci. E c’era ancora un video in cui due anziani, un uomo e una donna, tiravano fuori un corpo, una ragazza. «La prendono come dicevi tu, per seppellirla. Ma non credo che sia davvero la figlia». «Questi video li fai tu?» «No, li scarico soltanto».
Mi feci lasciare il tablet per qualche ora. Ti cercavo nelle immagini e nei video fra i corpi senza trovarti, ma anche se tu fossi stata tra loro, non avrei saputo riconoscerti, c’era una patina di niente, una morchia che faceva di tutte quelle membra una massa uniforme. Avrei dovuto fare come quei due vecchi, scegliere un corpo a caso e trascinarlo. «Tutto bene?», il coinquilino apparve sulla soglia della cucina con una birra gelata e prese posto accanto a me sul materasso. Appoggiai il tablet sulle gambe, annuii. Allungai il braccio per aprire un po' di più la porta finestra, non volevo perdere di vista la piccola montagna dei corpi avvolti dal nastro.

Mancavano un paio d'ore prima che si facesse notte, l’aria tra i palazzi era giallastra. I balconi di fronte si stavano popolando, gruppi di giovani bevevano birra o vino. Un quarantenne dirimpetto sollevò la bottiglia verso di noi in un gesto benaugurale.

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25

mar

Claire de Lune

di Lucia Ghebreghiorges

25 marzo 1918

Muore Claude Debussy, compositore
e pianista francese.
È seduta al pianoforte e sta suonando il Clair de Lune di Debussy. Il suo preferito. Quando il compositore moriva lei era nata da poco. Mi dice che voleva studiare lettere e l’hanno orientata al conservatorio. Le dico che anche io voglio vivere di parole. La vedo con indosso la pelliccia, vicino alla porta d’ingresso che mi guarda. Sta sfornando i bignè per il cocktail di domani.
È seduta al pianoforte e sta suonando il Clair de Lune di Debussy. Il suo preferito. Quando il compositore moriva lei era nata da poco. Mi dice che voleva studiare lettere e l’hanno orientata al conservatorio. Le dico che anche io voglio vivere di parole. La vedo con indosso la pelliccia, vicino alla porta d’ingresso che mi guarda. Sta sfornando i bignè per il cocktail di domani.
È accanto al mio letto e recita l’Angelo custode. È seduta sul divano e mi spiega che non sono ancora italiana ma è come se lo fossi. Che non è mia nonna ma è come se lo fosse. Mi sta facendo il bagnetto perché mamma è troppo giovane e inesperta e poi ha da fare. Si è accorta prima di lei che non aveva latte da darmi. Mi avvolge con una coperta e mi prende in braccio per salvarmi la vita dopo un’indigestione. Non so fare le equazioni e mi ricorda che devo essere più brava degli altri, che da grande sarà ancora più difficile per me. Per fortuna sono intelligente e carina. Anche se non come la mia mamma, che da giovane era bellissima e magrissima. Lei e il nonno non hanno avuto dubbi in agenzia quando l’hanno scelta. Era elegante la mia mamma, avrebbe imparato presto a servire nel modo giusto. Venivano tanti ospiti importanti a casa. Io mi nascondevo sempre quando c’era gente. Nonna mi chiamava per mostrarmi a tutti. Mi vuole bene come una madre, ma non ha sempre la forza di esserlo.
Durante la guerra attraversava lunghi viali in bici per cercare il cibo. Ha nascosto in casa degli ebrei, ha atteso mesi prima che tornasse il nonno. Lavora a maglia mentre guarda L’ispettore Derrick. Gioca a bridge ed io rubo le pizzette degli ospiti senza farmi vedere. Non vuole che impari la mia lingua di origine, perché se non somiglio di più agli altri non sa come proteggermi. Mi dice che non sto bene con le treccine e che mi donano di più i capelli lisci, io vado dal parrucchiere afro e ignoro il suo invito a mimetizzarmi.
È all’esame di maturità con il bastone e mi dice che sono brava. Conosce Claudio e lo invita a restare a pranzo, ma dobbiamo tenere la porta della camera aperta perché non è bello che le ragazzine si chiudano in stanza con il fidanzatino. Si accende una Muratti e mi dice tu non devi fumare. Mi dice di stare composta a tavola, con la schiena dritta. Mi rimprovera ma poi si vanta che da giovane la chiamavano bastian contrario, che anche lei era ribelle e faceva sempre come le pareva. Mi mostra più volte la lettera del suo primo spasimante, Mimmo, e ride da sola.

Lavora a maglia un altro golf per me e non ho il coraggio di dirle che detesto il rosa. Siamo a tavola e mi alzo, a lei dico che voglio vedere la tv, a me che non voglio più vedere mia madre in piedi mentre io e lei siamo sedute a mangiare. Né nascondermi io quando altri mangiano. Finché decido che è meglio non mangiare più.

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Scrive una poesia ironica sui miei professori e compagni di classe del ginnasio e mi chiede di farla leggere a tutti loro perché è divertente. Batte a macchina gli articoli del nonno perché attraverso di lui scrive anche lei. È in Austria in villeggiatura e mi porta in giro per Innsbruck. È all’ospedale perché si è rotta una gamba in albergo e mi chiede di tornare in Italia. Vuole sapere come funziona internet e se quegli hamburger di McDonald’s sono buoni come dicono. Fa la settimana enigmistica per tenere allenata la mente, ha il terrore di morire da incosciente.
È stata in pre morte e poi è tornata, dice di aver visto una luce. Mi chiede scusa per non aver fatto abbastanza e non avermi lasciato niente. Attaccata alla bombola di ossigeno indica una pianta e urla di mandare via quel signore. Ho paura che muoia senza testa e senza ricordi e temo di ricordarla senza ricordi e senz’anima.
Poi un giorno mi promette che mi manderà una prova che dall’altra parte si vive ancora.
Un giorno incontro Anna, anche lei insegnante di musica. È la nonna di qualcun altro, oggi vicino a me. Me la ricorda tanto, con quegli occhi chiari e curiosi. Anna ha 92 anni, una decina di anni di differenza da lei e ha conosciuto la stessa Italia, visto le stesse guerre, ascoltato la stessa musica. Conversiamo un po’ e mi chiede di accenderle la radio. Chiude gli occhi e accenna un sorriso, poi picchiettando le dita sulla poltrona si volta verso di me: «Ho amato molto Debussy».

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24

apr

Nell'aldilà danziamo

di Viola Di Grado

24 aprile 1918

Terremoto di magnitudo 5.07 in provincia
di Bergamo.
(Terremoto del 1918 a Shantou, Cina)
Noi terremotati siamo morti di un altro tipo. Non somigliamo ai suicidi, così febbrili e introspettivi, o a chi muore lentamente di malattia, mescolando con cura i due mondi, arrivando in cielo con la saggezza cristallina di chi si è già allenato al fin di vita.
(Terremoto del 1918 a Shantou, Cina)
Noi terremotati siamo morti di un altro tipo. Non somigliamo ai suicidi, così febbrili e introspettivi, o a chi muore lentamente di malattia, mescolando con cura i due mondi, arrivando in cielo con la saggezza cristallina di chi si è già allenato al fin di vita.
Noi terremotati abbiamo cuori sfregiati come il suolo che ci ha visti morire. Friabili come biscotti, i denti serrati, in cielo tremiamo come il giorno in cui abbiamo smesso di respirare. Dalla terra che ci ha accolti e poi ammazzati abbiamo ereditato gli spasmi e la fragilità. Sappiamo che siamo morti tremando come pulcini che vengono al mondo. Lo sappiamo ma speriamo che nessuno ce lo faccia notare. È ancora una ferita aperta. Noi stessi siamo una ferita aperta e lo saremo per sempre. I nostri pensieri vacillano, sbilanciati, e minacciano di atterrarci come le travi che abbiamo visto allentarsi e cadere. Questo non vuol dire che siamo tristi. Solo che conosciamo il modo in cui ogni cosa può spaccarsi. In questo somigliamo agli adolescenti, che sono così emotivi perché sanno che persino l’infinito può andare in pezzi.
Quando a Shantou, nel 1918, la terra si è spaccata come un frutto marcio, è successo di tutto. Diecimila morti e feriti da Shantou a Nan’ao. Danni percepiti fino a Fuzhou. Quasi tutte le case rase al suolo. Il terremoto è stato sentito anche in Anhui, Fujian, Guangdong, Guangxi, Hubei, Hunan, Jiangsu, Jiangxi, Taiwan e le province del Zhejiang. Noi lo sentiremo per tutta l’eternità.
Noi terremotati continuiamo a tremare, in cielo, ma stavolta somiglia a una danza. Allegra e perplessa come seguendo il ritmo martellante di una canzone nuova, bella eppure ancora da capire. Alcuni di noi erano ragazze con i brufoli simili a corbezzoli e gli occhi pieni di desiderio: siamo morte sognando corpi di altri, di altre, corpi in cui diluire i nostri. Alcuni di noi erano ragazzi e sono morti dormendo, in un sogno di teste che soffocavano gioiose in tette color porcellana, o di corpi uguali ai nostri, rigidi e scoscesi.
Alcuni di noi erano anziani, e sono morti con la prontezza di bambini che cadendo mettono per la prima volta le mani avanti. Alcuni di noi erano gemelli e sono morti abbracciati, mischiando la paura come plastilina. Alcuni di noi erano adulti con i volti lucenti di lacrime come sassi di fiume e i cervelli pieni di insicurezze, adulti che ancora non avevano la vita giusta, e l’hanno sognata un’ultima volta mentre la terra subiva le sue lunghe e penose convulsioni. Alcuni di noi erano felici. Alcuni giocavano a majiang con gli amici in una stanza stretta parlando di futuro.
Nell’aldilà danziamo tutti. Danziamo come matti, senza il coraggio o la mitezza di fermarci. Ma prima c’è un tempo latente, quello in cui le due anime di ogni corpo si sono separate. Noi cinesi sappiamo che le anime sono due. Una vola in alto come vapore dal riso appena cotto. Se la prende il drago, che è gentile al contrario che nelle fiabe occidentali.
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Il drago si prende l’anima del morto e la porta in grembo come un gattino da salvare. Anche i gattini tremano. Quando sono ancora piccoli e ciechi. Sono tante le cose che tremano, sulla Terra, finché poi smettono di tremare. Il drago veglia con apprensione e gli occhi gonfi di pianto amoroso sulle nuove anime da scortare il cielo. Lì tutto andrà bene.

Ci sarà quella musica nuova e si potrà discutere della terra che si sbriciola e del cielo che è invece è integro come tutte le cose astratte. Di come da vivi amavamo il cibo perché era materia pura, senza pensiero, e dunque si poteva spezzare. Da vivi, come tutti gli umani, amavamo spezzare le cose. È difficile ammetterlo, adesso che siamo morti e abbiamo superato quella fase. È difficile ammettere la soddisfazione che provavamo quando spezzavamo i cuori, i grissini, le promesse, i fidanzamenti, i contratti di lavoro. Da morti invece amiamo le nuvole perché sono infrangibili come l’aldilà.
Ma torniamo alle anime. A quella nostra anima che è rimasta dentro il corpo come un paguro nel suo guscio. È giusto così. E’ giusto che rimanga qualcuno nella nostra carne, un guardiano attento ai vermi e alla sorte di quel corpo ormai disabitato. Di quell’anima organica si occuperanno gli altri. I nostri cari. Chi ci ha amato poserà sui nostri volti mani calde e delicate, che tremeranno, e noi, per un attimo, ci sentiremo capiti. Ma restiamo in cielo, si fa così, a guardare dall’alto, a tremare dall’alto, a ballare fino a una spossatezza che somiglia tanto, così tanto, alla gioia che in Terra avevamo cercato.
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lug

Strada bianca

di Nadia Terranova

21 luglio 1918

Nasce Bianca Garufi, scrittrice, poetessa e psicoanalista italiana che sarà compagna
di Cesare Pavese.
Bianco
È il ventuno luglio 1918. Sono passati dieci anni da quando il terremoto più devastante della storia d’Europa ha distrutto Messina, la città dove è nata Giuseppina Melita, una notte di fine dicembre che nessuno dei sopravvissuti né in Sicilia né in Calabria potrà dimenticare.
Bianco
È il ventuno luglio 1918. Sono passati dieci anni da quando il terremoto più devastante della storia d’Europa ha distrutto Messina, la città dove è nata Giuseppina Melita, una notte di fine dicembre che nessuno dei sopravvissuti né in Sicilia né in Calabria potrà dimenticare.
Giuseppina è l’unica superstite della sua famiglia, una famiglia nobile e colta, una delle più antiche dello Stretto. La mattina del ventinove dicembre, Giuseppina non ha più niente e nessuno.
È il ventuno luglio 1918 e Giuseppina, che come molti orfani del terremoto si è trasferita a Roma, è una donna libera e anticonformista, che ha in odio le regole e le convenzioni. Quel giorno mette al mondo una bambina.
Bianca, pensa, non può che chiamarsi Bianca: come una pagina da scrivere, come un lembo di stoffa non intaccata dal colore, un angolo di carnagione pallida, lucente. Bianca è il miracolo di una sopravvissuta, una sopravvissuta a sua volta. È il 1918, l’anno dell’epidemia più nera e mortale del Novecento: Bianca Garufi è appena nata ed è già sopravvissuta alle due catastrofi del secolo.
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Nero

Incontro Bianca Garufi per la prima volta in un epistolario. Amo gli epistolari, ne sono ossessionata. Posso aver letto tutti i libri dei miei scrittori preferiti, ma so di non conoscerli davvero se non leggo le lettere che hanno spedito a editori, amori, amici, amanti (ai congiunti, eccola quella parola del 2020: “congiunti”). Sempre se esistono. Sempre se qualcuno si è preso la responsabilità di pubblicarle. Mi interessano più le lettere dei diari, perché in fondo cosa sono i romanzi se non lunghe lettere a un numero imprevedibile di sconosciuti e, sotto sotto, a un numero ridotto e, di contro, preciso di conosciuti?
Mentre leggevo Cesare Pavese (i romanzi, i racconti, le poesie, i saggi, le schede editoriali, mentre cercavo la sua voce puntuta nei Verbali del mercoledì, quelli della casa editrice Einaudi), lo scoprivo davvero solo con le sue lettere. Ci sono quelle a Giulio Einaudi, ai collaboratori, ai colleghi, e poi c’è Una bellissima coppia discorde (curato da Mariarosa Masoero per Olschki): Cesare e Bianca, Cesare+Bianca, Cesare a Bianca, Bianca a Cesare.
«Cara Bianca, hai un modo di dire le cose che fa venire in mente i graffiti preistorici: qualcosa di tranquillamente familiare e insieme mitologico. Sogni la febbre, vivi di piatto, sai il vino formidabile ma non lo bevi, vedi giacche nere a spalla – tutto questo ha qualcosa di rituale, di rusticamente rituale e molto esotico». (3 settembre 1945, Roma - > Messina).
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Bianco

Bianca cresce. «Più mi ribellavo più le somigliavo», scrive in Libro postumo, riferendosi a sua madre. È una giovane donna affascinante, è anticonformista come sua madre e come lei è scissa, la sua essenza è fatta di due terre: d’inverno studia in un collegio romano ma trascorre le estati a Letojanni, sul mare Jonio, in provincia di Messina. Da uno dei terrazzi di Palazzo Melita, poi diventato Palazzo Garufi, sporgono un parafulmine e un segnavento arrugginito a forma di cavaliere a cavallo. La casa in cui Bianca passa i mesi caldi ha mura laviche che richiamano l’Etna e persiane in legno verde brillante, come usa da quelle parti. Su un arco, in cortile si attorciglia un glicine.
Gli occhi di Bianca si riempiono dei colori della Sicilia Orientale, della cenere delle falde del vulcano. A settembre torna a Roma, e ricomincia un’altra vita – ma studia e legge, studia e legge sempre.
Arriva un anno diverso dagli altri. Un gruppo di intellettuali e attivisti si riunisce clandestinamente a Ponte Milvio per dare il proprio contributo alla Resistenza. Di tutti, Bianca è la più schiva: intelligente, colta, riservata e decisa a fare più che ad apparire, a portare aiuto piuttosto che a mettersi in mostra. Je suis infâme au public, dice di sé. Con questo carattere e i suoi due cataclismi nel DNA, Bianca Garufi va alla guerra dalla stessa parte di Cesare Pavese.
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Nero

Nel 2020 ho quarantadue anni. Come sempre, ho la stessa età dal primo gennaio al trentuno dicembre, perché sono nata il primo dell’anno. Quando arriva la pandemia sono impreparata, come tutti. Abbozzo, mimo grottesche certezze, mi aggrotto spesso e studio il più possibile. La verità è che barcollo. Sono nata pochi mesi prima che rapissero Aldo Moro e avevo poco più di vent’anni quando sono crollate le torri gemelle; l’anno in cui sono nata, il principale quotidiano di Messina ha riportato il mio nome insieme a quelli degli altri neonati della giornata: auguri e benvenute, prime vite del 1978. Non c’erano altre notizie di rilievo. A quarant’anni ho scoperto di somigliare a mia madre, come tutte le donne che stimo avevano pronosticato in libri, poesie, aforismi e pacche sulle spalle: fare un giro lunghissimo, e poi ritrovarsi inchiodate, o forse salve, chissà.
Quando il covid19 ci costringe a stare in casa per settimane, scriviamo e leggiamo su uno schermo. Fissiamo schermi tutto il giorno, sono le nostre finestre, il nostro modo di darci notizie.
Nessuno comincia una chat con «cara Nadia…», le comunicazioni sono rapide, taglienti, allarmate e a volte sarcastiche. Chiusa a casa, risistemo la biblioteca. Riunisco gli epistolari in uno stesso scaffale: Hannah Arendt e Mary McCarthy, Virginia Woolf e Vita Sackwille-West, Piero e Ada Gobetti, Elizabeth Bishop e Robert Lowell… Bianca e Cesare no, loro vanno su un altro scaffale. Lo scaffale dei romanzi di Bianca, dei romanzi di Cesare e del romanzo che hanno scritto insieme, Fuoco grande.
È il 2020, c’è una pandemia, nessuno usa più da tempo carta, penne e buste, nelle città non esistono più le cassette postali rosse dell’infanzia. Da noi le buche erano due: “Sicilia” e “Continente.” Con il telefono in mano mando emoticon muti che arrivano subito in ogni parte del mondo e leggo lettere di carta che mi parlano da un altro tempo.
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Bianco

Caro Pavese (…), da due giorni cerco disperatamente per tutta la città il Convito di Platone senza poterlo trovare. Le librerie sono sprovviste e le biblioteche degli amici bombardate (Messina è veramente distrutta). Se per caso c’è un mezzo per farmelo arrivare entro 8 giorni, mandamelo, per favore – purché non ti costi fatica. Ti prego di tenermi da conto le lettere di Rilke. (…) Io speravo di scrivere qui – invece picche. Sono troppo emozionata e non c’è niente da fare. (2 settembre 1945, Messina -> Roma).
Il carteggio fra Bianca e Cesare va avanti per cinque anni, dal 1945 al 1950. Lei è una stimata psicoanalista junghiana, lui uno scrittore che lavora al mito: è così che nascono i Dialoghi con Leucò, che molti di noi incontrano a scuola o all’università. Ci si innamora facilmente dei ventisei splendidi testi che lo compongono, meno facilmente si racconta come quel libro non sarebbe stato possibile se Pavese, scettico nei confronti della psicoanalisi, non avesse incontrato Bianca, la Leucò del titolo, Leucotea, la Dea Bianca, divinità candida dell’antica Grecia.Quando il covid19 ci costringe a stare in casa per settimane, scriviamo e leggiamo su uno schermo. Fissiamo schermi tutto il giorno, sono le nostre finestre, il nostro modo di darci notizie.
La loro è una coppia generativa: da quegli anni e quegli scambi nasce Fuoco grande, la cui costruzione a quattro mani è visibile nelle lettere. A sua volta, quel romanzo genererà Fossile, firmato invece solo da Bianca Garufi. «Siamo una bellissima coppia discorde», scrive Cesare a proposito delle differenze intellettuali e umane che li caratterizzano, dentro un sentimento che è qualcosa in più della passione e qualcosa di simile all’amore, ma non somiglia a nient’altro e non sarà bruciato dal tempo, è un sentimento tumultuoso, inafferrabile, fatto di ironia e battute sagaci, di nomignoli e provocazioni, di stima e punzecchiamenti.
L’ultimo giorno del 1950, Bianca annota sul suo diario: «Ho scritto, su queste pagine, che Pavese si è suicidato? Sì, il 28 (sic) di Agosto. Pavese, sciocco, non potevi farti aiutare? Io, forse, adesso, ti potevo aiutare».
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Nero

Le biografie delle donne sono messe alla prova cento volte più di quelle degli uomini. Le città e i paesi hanno strade intitolate agli uomini, scuole intitolate agli uomini, monumenti costruiti per gli uomini. La toponomastica ci ricorda un’invisibilità che va avanti da qualche millennio, ci ricorda che la storia è costruita su un’ottusa e sistematica cancellazione della memoria che fa sembrare il mondo tirato su da meno di metà dei suoi abitanti. A Letojanni, su 169 vie, 69 sono intitolate a uomini e 2 a donne, e le donne sono una santa e una madonna (censimento a cura di Ester Rizzo, consultabile sul sito www.toponomasticafemminile.com). Di Bianca Garufi non c’è traccia, come non c’è traccia del suo nome nello stradario di Messina né di Roma né di nessun altro luogo.
Durante la clausura primaverile del 2020, la notte capita sempre più spesso di avere allucinazioni sul fuori. Mentre il mondo si rompe, dentro la casa di Roma in cui sento il rumore del mare di Messina, una notte vedo una possibile versione di me. Negli ultimi tempi fatico a separare il sonno dalla veglia, ciò che desidero da ciò che è accaduto davvero, i libri letti dalla cronaca.
Forse la pandemia è finita. Forse non finirà mai. Forse siamo tutti ancora rinchiusi, ma io, e solo io, sono evasa e vago per le strade vuote. C’è nebbia, e non si vede bene niente, ma io ho voglia di correre, saltare, sentire lo spazio libero intorno a me. Eccomi: mi sono arrampicata sul tetto di una macchina parcheggiata vicino a un cartello, e con un pennarello nero sto cancellando una scritta su sfondo bianco. Non riconosco la strada, non riconosco la città, non riconosco il nome del condottiero, dello statista, del politico cui è dedicata quella via uguale a centomila altre, ma so che ci sto scrivendo sopra il nome di Bianca Garufi.
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01

sett

Spagnola

di Loredana Lipperini

01 - 30 settmebre 1918

Viene lanciato in Italia il primo allarme epidemico, a Sossano (Vicenza), quando il capitano medico dirigente del Servizio sanitario del secondo gruppo reparti d’assalto invita il sindaco a chiudere le scuole per una sospetta epidemia di tifo; intanto in Siria i ribelli arabi occupano Damasco, fungendo da ala destra dell’avanzata in Palestina dell’esercito britannico guidato da Allemby.
Il pomeriggio del 15 agosto, dopo la messa e il pranzo e il sonnellino, e quando un refolo di vento asciugò il sudore nelle scollature e nelle schiene, arrivarono ai piedi delle scalette della strada più vecchia del paese, quelle che un tempo portavano alla montagna e al fontanile e dunque erano riservate alle vacche, e ora venivano colmate di fiori per compiacere i turisti.
Il pomeriggio del 15 agosto, dopo la messa e il pranzo e il sonnellino, e quando un refolo di vento asciugò il sudore nelle scollature e nelle schiene, arrivarono ai piedi delle scalette della strada più vecchia del paese, quelle che un tempo portavano alla montagna e al fontanile e dunque erano riservate alle vacche, e ora venivano colmate di fiori per compiacere i turisti.
Arrivarono con fiamma ossidrica, martello, filo d’acciaio e iniziarono a collocare la nicchia con la Madonna sulla colonnina che affiancava le scale, affinché proteggesse il paese intero dalla pandemia.
Era l’estate del 2020 e dunque la nicchia era stata realizzata seguendo un tutorial su Internet: era in gesso e cemento, bianca come una meringa all’esterno, celeste pallido all’interno. Ma grazie a una batteria solare quel celeste si sarebbe illuminato al calar del sole diventando verde come acqua vista da un oblò, mentre la Madonnella era stata comprata a Loreto dal parroco, ed era dunque nera col bambinello accostato al viso. Perché nelle Marche la Sibilla è bianca è fredda, la Madonna è nera. La via che conduce da lei cambia nome a seconda della direzione in cui la percorri, Lauretana se vai a visitare la Madonna nera, Romana o Romea se da lei torni magari con quel tatuaggio strano, due volti appaiati su un triangolo: nei quadri il triangolo è d’oro, i volti appaiati sono quelli della Madonna e del Bambino, e lei è nera, per il fumo delle lampade o perché «non state a guardare che sono bruna perché mi ha abbronzata il sole», come nel Cantico dei Cantici, o perché molte Madonne sono in realtà Grandi Madri e dunque Sibille.
La Madonna che doveva difenderci dalla pandemia di Covid era di plastica, costò ventidue euro. Così nella terra di Lotto e De Magistris e Raffaello la Madonnella di cineseria, involgarita come le statue di Padre Pio che vengono piazzate negli angoli pittoreschi del Gargano, venne collocata all’inizio delle scale, e invano, visto che le scale erano quelle di casa mia, ho protestato affacciandomi alla balaustra, dicendo che era brutta, e sapendo che stavo così logorando il filo che mi ha unito per anni al paese.
È che mi ero aspettata altro, nel 2020 della grande malattia che veniva a 102 anni dall’altra febbre, quella che mia nonna ha attraversato senza morirne, così come mia madre sopravvisse a un’epidemia di tifo, e tutte e due sopravvissero a due guerre.
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Pensavo che in questa prima estate, muovendoci piano come i convalescenti, avremmo dovuto essere felici di vederci, certo, ma avremmo dovuto ragionare insieme, parlare, capire, sviscerare quel non narrabile in cui ci eravamo trovati, ed era poca cosa, così pensavo, affidarci semplicemente a una protezione divina tanto più fragile in quanto comprata dove si comprano i gadget religiosi, in luoghi che non ho mai visto ma che immagino come traboccanti di rosari e statue di plastica così come Tiger trabocca di zucche di plastica ad Halloween, invece di essere pensata con la cura che i simboli esigevano ai tempi in cui i pittori percorrevano la Via e dipingevano Madonne del latte in cambio di un piatto di minestra e di patate. Non si può costruire una nicchia votiva guardando un tutorial su Internet, protestavo fra me e me. O, certo, si può e si fa, ma non era quello il punto. È che cercavo qualcuno che ricordasse insieme a me quello che era accaduto. Poi ho capito che era una richiesta impossibile. Perché le guerre vengono ricordate, le epidemie vengono dimenticate, a meno che non siano così lontane nel tempo da sembrarci innocue, come la peste, che pure esiste ancora, con sorpresa di molti.
Nei mesi che abbiamo alle spalle, tutti i giornalisti si sono affannati a cercare romanzi sulle epidemie per citarli nei loro articoli. Sulla peste ne hanno naturalmente trovati, Boccaccio e prima ancora Omero e Tucidide e Ovidio e Lucrezio, e ovviamente Manzoni, e citatissimo Camus, e per i più raffinati London e Defoe, e qualcuno si è concesso di scomodare Poe, o con maggior timidezza Stephen King, che però non parlava di peste e neanche di spagnola, ma di uno degli esperimenti militari che lo terrorizzavano negli anni Settanta, e che ebbero come frutto oscuro The Stand e Captain Trips, la superinfluenza, 99,4 % di contagio, 99,4% di mortalità.

Sulla spagnola pochissimo, a parte i saggi. Fra i romanzi conto La sfida di Carlo Patriarca, uscito un paio di anni fa, e che racconta però una storia d’amore fra due medici impegnati a combattere la “grippe”.

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E poi, fuori catalogo, Bianco cavallo, bianco cavaliere di Katherine Ann Porter, che d’amore pure parla, nel delirio della febbre. E, di sfuggita, il meraviglioso Vita dopo vita di Kate Atkinson, uno dei romanzi più belli e più ignorati (in Italia) degli ultimi dieci anni, dove Atkinson racconta di cosa significhi provare a raggiungere la perfezione attraverso un accumulo di esperienza. Ursula, la protagonista, nasce nel 1910 e muore più volte: la prima in pochi minuti, perché il cordone ombelicale la soffoca e né medico né levatrice possono soccorrerla perché bloccati da una tempesta di neve. Ma quella nascita si ripeterà ancora e ancora, e nelle esperienze successive ci sarà assistenza, o semplicemente un paio di forbici affilate che la madre, chissà come, tiene accanto a sé.
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Ma Ursula morirà anche di annegamento, a pochi anni, o cadendo da un tetto, o, per ben tre volte, appunto di febbre spagnola dopo che la tata di famiglia è andata a Londra per i festeggiamenti della fine della guerra, e morirà nei bombardamenti della seconda guerra mondiale, più volte, e anche di morte naturale, ormai in pensione, per ritornare però e infine compiere la missione che si è data, uccidere Hitler.
Ovviamente mi sono chiesta perché la spagnola non è stata narrata, viste le proporzioni dell’epidemia. Cinquanta milioni di morti, cinquecento milioni di contagiati. Più della peste nera del Trecento, per intenderci. Vittime illustri, fra poeti e pittori, anche. Vittime a manciate, come i quasi cinquemila in una settimana nella famigerata seconda ondata ottobrina di Filadelfia, morte soffocate dal liquido che si accumulava nei polmoni, o anche per eccesso di aspirina o per disperati rimedi casalinghi, o per gli strascichi della fame e dell’orrore degli anni precedenti. Eppure, c’è stato un silenzio quasi generale, come se non ci fosse tempo per raccontare quei morti mentre non si era neanche terminato di contare quelli della guerra, e poi ci sarebbe stato appena il tempo di tirare il fiato e sarebbe arrivato un altro orrore.
In compenso, le storie si sono concentrate sulla ricerca della causa di quelle morti, con tutti i film e i romanzi, anche appartenenti a quella che Ballard chiamava la meravigliosa discarica del genere fantastico, che risvegliano quel che dorme provocando il terrore nel mondo e spesso decimandolo di nuovo. Lazzaro sono chiamati i virus e i batteri che vengono resuscitati dagli scienziati per studiarli, anche nella realtà. Un professore di biologia molecolare di nome Cano trovò cocchi antichi di 30 milioni di anni nella pancia di un’ape intrappolata nell’ambra. Dai ghiacci siberiani venne il Mollivirus sibericum, parassita delle amebe. Da una mummia sepolta cinquecento anni prima si estrasse il genoma completo di un ceppo di epatite B.
Una geografa di nome Kirsty Duncan partì per le Svalbard inseguendo il virus della Spagnola, e lo trovò nel cimitero di Longyearbyen, nei corpi congelati di sette minatori morti di influenza nel 1918. «Non è morto ciò che può attendere in eterno, e in strani eoni anche la morte può morire», era scritto nel Necronomicon che Lovecraft immaginò. E leggendo quelle cronache, e quelle storie, abbiamo provato piacere della nostra stessa paura, perché non si sarebbe ripetuto, ci dicevamo. Invece è avvenuto, e oggi guardiamo con stupore e rispecchiamento i volti delle donne e degli uomini con le mascherine di un secolo fa, apprendendo che anche allora, come ora, quelle mascherine venivano abbellite con merletti e decorazioni per diventare accessorio di moda, e che anche allora si inveiva contro chi non le portava, e a Milano si svuotavano le acquasantiere e spuntavano i cartelli “Vietato sputare”.
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Oggi come allora, attraversiamo una febbre che non conoscevamo e di cui non si poteva trovare traccia nei libri di medicina, costringendoci a ricominciare da capo.

Dimenticammo come si dimenticano le pieghe minuscole della storia. I morti della prima guerra mondiale suscitavano rispetto, e oggi suscitano soprattutto rabbia per tutte quelle vite sprecate. Ma tra loro dimentichiamo quelli che provarono a evitare la carneficina fuggendo dal fronte e piantandosi chiodi nelle orecchie, ferendosi con i propri fucili, provocandosi ascessi con sostanze infette, ustionandosi gli occhi con la benzina. Molti di quelli che sopravvissero, morirono di spagnola. Di quel tempo restano le emozioni che vediamo replicarsi: furore, sospetto, delazione, anche la generosità, certo, anche la speranza, certo. Questo penso guardando, rassegnata, la Madonnella di plastica che splende verdissima nella notte di agosto, e penso che la cosa più straordinaria è proprio l’incapacità degli esseri umani di cambiare davvero, di cambiare fino in fondo, e l’ostinazione nel voler dimenticare quel che invece andrebbe raccontato, prima che la peste, o chi per lei, o cosa per lei, svegli, come diceva Camus, i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.
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ott

L'anno della misericordia

di Cecilia Dalla Negra

30 ottobre 1918

L'armistizio di Mudros pone fine alle ostilità nel Vicino Oriente tra l’Impero ottomano e gli Alleati della prima guerra mondiale. La Grande Guerra è decisiva per la caduta dell’Impero ottomano stesso.
Viaggiare nel deserto è stranamente simile a viaggiare in mare. Quando decidi di navigare verso una meta che non è familiare i punti di riferimento vengono spazzati via. Che fine fa il passare del tempo? È davvero un altro giorno? Oppure stai vivendo ancora ieri? Poi d’improvviso tocchi terra e scopri che nel corso di quel giorno che si è ripetuto all’infinito, hai attraversato il mondo.
Gertrude Bell, 1909
Viaggiare nel deserto è stranamente simile a viaggiare in mare. Quando decidi di navigare verso una meta che non è familiare i punti di riferimento vengono spazzati via. Che fine fa il passare del tempo? È davvero un altro giorno? Oppure stai vivendo ancora ieri? Poi d’improvviso tocchi terra e scopri che nel corso di quel giorno che si è ripetuto all’infinito, hai attraversato il mondo.
Gertrude Bell, 1909
Sanat al Rahmah, “l’anno della misericordia”: così venne ricordato nelle terre dell’Impero Ottomano il 1918. L’anno della febbre – il 1337 secondo il calendario lunare dell’Egira – che aveva attraversato il Mediterraneo portando via vite a migliaia, senza redenzione, senza pietà alcuna. La pandemia globale, laggiù, arrivò in tre grandi ondate: fu la seconda, a detta dei pochi storici che se ne sono occupati, ad abbattersi più violenta ed impietosa. Come ci sia arrivata non è facile a dirsi: sappiamo che corre il mese di settembre del 1918. Con ogni probabilità, la febbre è sbarcata da una nave inglese o francese, attraccata in uno dei porti del Levante: Alessandria, Port Said, Jaffa forse. Poi, ha corso sulle gambe dei soldati guidati dal comandante Allenby, che stanno fiaccando dall’interno il corpo già malato di un Impero in declino. Di trincea in trincea, veloce e implacabile come il proiettile di una baionetta puntata.
E tuttavia, l’influenza è forse il minore dei mali che le potenze coloniali portano con sé in quelle terre oltre il Mediterraneo, ancora per un istante unite nell’ultimo, grande Impero. La “Sublime Porta”, così viene chiamato, come sublime è tutto ciò che vi è custodito. Dentro, si estende il territorio sconfinato della Dar al-Islam, “la terra della pace”. Fuori, invece, è solo il caos: la Dar al-Harb, la terra della guerra, lontana dalla protezione di Allah, distante – troppo – dalla guida salda e rassicurante del Sultano.
16 febbraio 1919. Parigi, Hotel Le Lotti, a due passi dai Giardini delle Tuileries. Fuori, è in corso la Conferenza di pace che tenta di porre fine alla Grande Guerra. Dentro, in una delle molte stanze, un uomo - solo - muore. È probabilmente tra le ultime vittime di un male che ha falciato vite a migliaia. Forse, tra i deliri della febbre pensa a quanto sia ironico accommiatarsi proprio adesso. Forse, pensa, le cose sarebbero potute andare diversamente. Di certo, mentre muore, a Sir Tatton Benvenuto Mark Sykes, VI baronetto di Sledmere House, scrittore e viaggiatore, saggista e diplomatico, manca il fiato. Membro del Partito conservatore inglese, è sua la firma posta su un accordo segreto passato alla storia come un grande tradimento. «Avrebbe tracciato in pochi tratti un nuovo mondo, tutto fuori scala, ma vivido come una visione», scriverà di lui un archeologo di nome T. E. Lawrence, meglio noto come Lawrence d’Arabia.
16 maggio 1916. “Accordo sull’Asia Minore”, così si chiamava. Ma verrà ricordato semplicemente come “Sykes-Picot”, dal nome dei rappresentanti che lo firmano. Padri di un guaio di cui difficilmente, in quel momento, possono intravedere la portata.
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Fuori, infiamma la Grande Guerra e l’Europa ancora non sa cosa accadrà al suo “malato”: l’Impero Ottomano, che da un secolo tenta di resistere alla crisi che lo ha investito, più insidiosa di un virus, e già intravede l’alba della decadenza. Dentro, sul tavolo, una carta geografica.
- «Noi prendiamo questa parte, voi quella?».

Deve aver detto qualcosa di simile (ma con tono elegante) Sir Sykes a Monsieur Picot, delineando le aree di influenza che Francia e Gran Bretagna si spartiranno. Una rosa, l’altra azzurra. Al loro interno, nasceranno tra poco il Libano e la Siria, la Giordania e l’Iraq. Paesi prima inesistenti, i cui confini verranno tracciati a matita tra le esalazioni del brandy e il fumo dei sigari. Un’epoca tramonta, mentre nasce il Medio Oriente. I semi del caos sono appena stati gettati. Questo però, mentre muore ucciso dalla spagnola, Sir Sykes certamente non può saperlo. Forse, se avesse intravisto quale terribile fama il suo cognome avrebbe assunto nella Storia, a ripensarci non avrebbe firmato. Forse, se non avesse firmato, questa storia avrebbe preso un’altra piega. Questo però non possiamo saperlo neanche noi.
Ciò che sappiamo, invece, è quanto accade mentre firma. Già da tempo è in corso “La rivolta del deserto”. Le truppe del generale Allenby avanzano, e con loro la febbre.
3 marzo 1916. Basra, Mesopotamia. Una nave britannica attracca nel porto, una giovane donna sbarca con il cappello in mano. Tra i suoi bagagli c’è una piccola vasca da bagno pieghevole: l’unico lusso che si concede nel suo infinito viaggiare. A breve passerà alla storia come “la madre dell’Iraq”, ma per ora è ancora un’esploratrice considerata un po’ folle di nome Gertrude Bell. O “la regina senza corona”, come la chiamano laggiù. È stata convocata dall’Arab Bureau, un gruppo di esperti britannici insediati al Cairo che da tempo studiano come controllare i territori ottomani quando il Grande Gigante cadrà. Di quelle macerie bisogna far bottino, e bisogna farlo in fretta. Le competenze di Bell, che ha incontrato T.E. Lawrence nel 1909 tra scavi archeologici e sabbia del deserto, gli servono. Ed è così che la loro vita è destinata ad incrociarsi con quella di Sykes. Tra lui e Bell, tuttavia, non corre buon sangue. “Un incompetente” a detta di lei, che ormai dai primi anni del Novecento attraversa i territori dell’Impero Ottomano, parla otto lingue, prende lezioni di cartografia, disegna mappe mai realizzate prima.
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“Un maschiaccio senza tette”, a detta di lui, che non si fa capace di come una donna, sola, possa essersi messa ad esplorare deserti, trattare alla pari con sceicchi e beduini. Una che “pensa come un maschio”, dicono, ma porta la sottana. Che i leader tribali chiamano “sir”, perché è autorevole come un comandante. Quando Bell e Lawrence vengono assoldati come spie dagli inglesi, perché nessuno come loro conosce quelle terre e le loro tribù, è probabile che siano convinti di agire per il bene. Saranno pedine di un gioco più grande, su uno scacchiere troppo complesso. Ma mentre discutono di come scatenare rivolte, probabilmente neanche loro possono saperlo.
“Divide et impera”: funziona così da sempre. Mentre gli inglesi smembrano con una mano il corpo agonizzante dell’Impero Ottomano, con l’altra incoraggiano una rivolta delle tribù arabe contro il sultano, promettendo in cambio, a guerra finita, la creazione di un grande Stato arabo indipendente. A convincere le tribù tanto da guidarle in battaglia sarà Lawrence, mentre Bell, nel suo studio del Cairo, disegna i confini di quello che tra poco diventerà il moderno Iraq.
C’è poi una terza mano, la stessa che ha già deciso di infrangere promesse mal riposte: quella con cui viene scritta la Dichiarazione Balfour, attraverso cui gli inglesi accordano all’Organizzazione sionista mondiale la creazione di un focolare ebraico in Palestina, premessa necessaria alla creazione dello Stato di Israele, 50 anni dopo. «È un maschio!», si dice abbia annunciato Sykes, uscendo dal gabinetto in cui la dichiarazione veniva firmata, per restituire il peso di una tale buona notizia.
19 settembre 1918. Megiddo, Palestina. Mentre l’Impero Ottomano schierato con la Germania combatte, il generale inglese Allenby si prepara a lanciare l’ultima offensiva della sua campagna. Come ala destra della sua avanzata ci sono le truppe arabe guidate da Lawrence. Nel giro di pochi giorni arriveranno a Damasco, per raccogliere la resa dell’Impero. Il 1 novembre una nave tedesca porta segretamente nel porto di Odessa i leader ottomani. Un anno prima, Bell è stata nominata Segretaria Orientale dall’esercito britannico: è la prima donna a ricevere un incarico di questo tipo, sarà l’unica a partecipare alla Conferenza del Cairo, nel 1921. Il contagio colpisce al cuore, termina la corsa: uno Stato arabo indipendente non vedrà mai la luce. La grande civiltà dall’altra parte del mare perde la dignità accordata al nemico: non più temibile rivale, ma vittima ormai sconfitta, caduta preda di un male senza cura.
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Le cose, però, non sono andate sempre così. C’è stato un tempo in cui gli Altri, per gli Altri, siamo stati noi. Mentre il gigante dal corpo sventrato agonizza, ancora conserva memoria di ciò che è stato. Un impero immenso affacciato sul Mediterraneo, lungo 600 anni, largo 3.000 chilometri. Da Algeri alla Mecca, da Atene a Belgrado, si può viaggiare per giorni restando sempre dentro i suoi confini. Un altro mondo possibile, dall’altra parte del mare. Tra Oriente e Occidente, come un varco ancora pensabile, stanno i porti: Venezia e Palermo, Amalfi e Genova, Alessandria e Jaffa. Barbarie e miscredenza su una sponda, giustizia e sicurezza, sull’altra. Quale sia quella giusta dipende da dove si sceglie di osservare. In mezzo, per tutti, quello che in arabo chiamano il “Mar Bianco”, pieno di sole e bellezza, tra le cui acque viaggiano spezie e tessuti, conoscenze e culture; in cui risuona il sabir, la lingua parlata dai mercanti per accompagnare i gesti delle mani. Con le spalle rivolte a Istanbul, il male è in Europa: quella piccola, insignificante ombra in un mondo che resta tondo, ma ha un altro centro.

30 ottobre 1918. Isola di Lemnos, Grecia. Nelle avventure degli Argonauti, questa è la prima tappa. Un’isola abitata da sole donne: gli uomini sono stati sterminati per volere di Afrodite, in collera per il suo culto dimenticato. Adesso, invece, è un consesso maschile a riunirsi.

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Ancorata nel porto di Moudros, ondeggia la corazzata britannica Agamennone, che sacrificò la figlia Ifigenia perché una spedizione militare potesse salpare. A bordo viene firmato un armistizio che di quel porto conserverà il nome. L’Impero Ottomano capitola. La Sublime Porta si chiude per sempre.
10 giugno 2014. Mosul, Iraq. Dopo una battaglia non molto impegnativa con un esercito iracheno in fuga, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante – per i suoi affiliati semplicemente al-Dawla, “lo Stato” – conquista la città. Dal pulpito della moschea Al-Nouri un uomo dichiara restaurato il Califfato. Si fa chiamare Abu Bakr, come il primo successore di Muhammad. «Non ci fermeremo finché non avremo piantato l’ultimo chiodo sulla bara di Sykes-Picot», tuona. Dall’abolizione dell’ultimo Califfato sono trascorsi 90 anni.
Dipende da come lo si guarda, il tempo. Dall’unità di misura scelta per scandirlo. Lo stesso punto del suo scorrere può essere in bianco e nero per alcuni, ferita aperta che sanguina in vividissimi colori, per altri. Può parlare di un’epoca lontana, o restare carne viva.
Gennaio 1154. Palermo, Italia. Il geografo arabo Al-Idrisi, dopo tanto viaggiare, completa la sua monumentale opera. La intitola Nuzhat al-mushtāq fi'khtirāq al-āfāq “La delizia di chi vuole esplorare orizzonti”, e dentro vi sono 70 mappe. Il nord, lì, è sempre in basso. Cambia di posto, ma cambia anche di segno. Perché la geografia, in questa storia di egemonie e subalternità, non c’entra nulla.
Per diventare “gli altri” basta riavvolgere il nastro. O girare la mappa.

È così che l’Occidente, volendo, scompare. Ricorda le sue radici, si dissolve verso l’azzurro del mare. Quel mare che un giorno ha perduto l’orizzonte ritrova allora il suo nome. Avrebbe potuto essere specchio – pensa – ma si è fatto frontiera.
Dipende da come lo si guarda, il mare.
Non è azzurro perché azzurro, ma perché riflette il colore del cielo.

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04

nov

L'esercito bianco

di Maria Rosa Cutrufelli

04 novembre 1918

Finisce la Prima guerra mondiale sul
fronte italo-austriaco.
«C’è una nuova aristocrazia in vista. I miopi e gli idioti non la vedono. Eppure, questa aristocrazia muove già i primi passi». Così scrive Benito Mussolini, sul finire della Grande Guerra, sopra il suo giornale (Il popolo d'Italia). E con queste parole comincia a costruire la retorica e il mito fondativo di una “nuova gioventù”, di “coloro che ci sono stati”. Si rivolge, insomma, ai reduci.
«C’è una nuova aristocrazia in vista. I miopi e gli idioti non la vedono. Eppure, questa aristocrazia muove già i primi passi». Così scrive Benito Mussolini, sul finire della Grande Guerra, sopra il suo giornale (Il popolo d'Italia). E con queste parole comincia a costruire la retorica e il mito fondativo di una “nuova gioventù”, di “coloro che ci sono stati”. Si rivolge, insomma, ai reduci.
Vuole conquistare quegli uomini usciti dalle trincee e che portano su di sé e dentro di sé il marchio indelebile della guerra. «L’aristocrazia di domani», scrive il futuro duce, «è la “trincero-crazia”. I suoi “quarti di nobiltà” hanno un bel colore di sangue».
Sui reduci e sul ruolo politico che ebbero negli anni cruciali dell'immediato dopoguerra si possono trovare studi e analisi a non finire. Ben poco, invece, sulle donne che avevano condiviso la loro esperienza, aggregate all'esercito in qualità di infermiere volontarie della Croce Rossa. A loro volta, un vero e proprio esercito. E, dopo la smobilitazione, reduci anche loro.
Ma chi sono queste crocerossine che operano al fronte e negli ospedali militari? Quale impulso, quale volontà le porta in zona di guerra, a lavorare sotto i bombardamenti o negli avamposti a due passi dalle trincee? Da dove vengono, queste donne? Da quali storie familiari? E che fine fanno dopo il 4 novembre 1918, una volta tornate a casa?

Domande che solo di recente hanno trovato qualche risposta, soprattutto grazie all'interesse di altre donne: storiche, ricercatrici.
I documenti in ogni modo non mancano. Non è difficile trovare diari, lettere, memorie e testimonianze, oltre alle note e ai rapporti depositati negli archivi militari o della Croce Rossa. Abbondano anche gli articoli di giornale, perché all'epoca la presenza di queste donne (giovani, per lo più) là dove si combatteva, cioè in luoghi maschili per struttura e per tradizione, non era passata sotto silenzio. Al contrario, aveva suscitato stupore, scandalo, curiosità. E accese polemiche sui quotidiani. L'esercito bianco delle infermiere e delle crocerossine sollevava più dubbi che consensi, più allarme e riprovazione che riconoscenza. Le donne, secondo l'opinione corrente, potevano essere utili alla Patria nella loro funzione domestica, confezionando maglie per i soldati, scrivendo lettere di conforto.
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Non c'era bisogno che uscissero di casa.
Eppure in molte erano già uscite. A decine e decine di migliaia, un fiume ingrossato dalla piena della guerra. Ma non si trattava di borghesi colte e inquiete. Erano semplici operaie, reclutate in massa per le fabbriche che lavoravano a ritmo frenetico per le forze armate. La loro mobilitazione, sempre in nome della Patria, ma a favore dell'apparato bellico industriale, non faceva scandalo. «Le donne sono state militarizzate», scrisse Maria Rygier (socialista convertita all'interventismo), «e non solo le poche dottoresse di medicina irreggimentate nella Sanità, ma le migliaia di operaie degli stabilimenti ausiliari che sono state obbligate a portare le stellette dei nostri soldati, che sono giudicabili dai tribunali militari secondo il codice militare per infrazioni alla disciplina militare alla quale sono sottoposte né più né meno degli uomini».
3 marzo 1916. Basra, Mesopotamia. Una nave britannica attracca nel porto, una giovane donna sbarca con il cappello in mano. Tra i suoi bagagli c’è una piccola vasca da bagno pieghevole: l’unico lusso che si concede nel suo infinito viaggiare. A breve passerà alla storia come “la madre dell’Iraq”, ma per ora è ancora un’esploratrice considerata un po’ folle di nome Gertrude Bell. O “la regina senza corona”, come la chiamano laggiù. È stata convocata dall’Arab Bureau, un gruppo di esperti britannici insediati al Cairo che da tempo studiano come controllare i territori ottomani quando il Grande Gigante cadrà. Di quelle macerie bisogna far bottino, e bisogna farlo in fretta. Le competenze di Bell, che ha incontrato T.E. Lawrence nel 1909 tra scavi archeologici e sabbia del deserto, gli servono. Ed è così che la loro vita è destinata ad incrociarsi con quella di Sykes. Tra lui e Bell, tuttavia, non corre buon sangue. “Un incompetente” a detta di lei, che ormai dai primi anni del Novecento attraversa i territori dell’Impero Ottomano, parla otto lingue, prende lezioni di cartografia, disegna mappe mai realizzate prima.

Erano le reclute civili del cosiddetto “fronte interno” (termine coniato per l'occasione). Mano d'opera femminile che produceva per l'esercito: munizioni, uniformi. Ma erano operaie e in fondo, anche se in forme diverse e in numeri più ridotti, c'erano sempre state. Non costituivano una novità.

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Le crocerossine, invece, avevano fatto da poco la loro apparizione sulla scena pubblica. Sembravano figure sociali nuove di zecca. E dunque è ovvio che l'attenzione dei giornali si concentrasse su di loro.
Ma erano poi così “nuove”, le crocerossine?
La presenza femminile nella Croce Rossa, a dire il vero, era già vecchia di oltre mezzo secolo. Il primo regolamento delle “Dame della Croce Rossa” (così si chiamarono per tutto l'Ottocento) risale infatti al 1879. Ma ecco che nel 1908 cambiano nome. E, assieme al nome, anche l'approccio alle attività di assistenza. Le Dame spariscono e nasce il Corpo delle Infermiere Volontarie, che si professionalizza in apposite scuole. Il lavoro è sempre su base gratuita e a farlo sono ancora le “dame” della nobiltà o della borghesia, ma acquista un carattere nuovo. Moderno. In qualche modo, emancipatorio per chi lo pratica.
E in effetti, a sfogliare i giornali del tempo, sembra proprio questo lo “scandalo”: l'assunzione di un lavoro che, malgrado i suoi fini umanitari, entra in conflitto con il canone imperante di “femminilità”. Con un'idea secolare di “decoro” femminile.
Ciò che agli occhi dei benpensanti appariva altamente pericoloso era, nello specifico, l'abbinamento soldati - infermiere. Spaventava il contatto ravvicinato e quotidiano fra uomini di ogni ceto sociale e donne giovani (spesso nubili, perché le sposate dovevano avere la famigerata “autorizzazione maritale” per allontanarsi da casa). Temibili sembravano soprattutto i giovanotti delle classi sociali più abbienti. Forse perché si immaginava che alle giovani infermiere, altolocate o borghesi, venisse più facile fraternizzare con loro. Tant'è che, per mantenere le opportune distanze, i comandi militari proibirono alle volontarie di prestare le loro cure agli ufficiali di grado superiore. Ossia agli uomini che provenivano dal loro stesso ceto.

Ciò nonostante, il sospetto di una sconveniente promiscuità non venne meno. E i giornali lo alimentarono con astuzia.
D'altronde c'era la guerra e i quotidiani erano a caccia di notizie frivole, in grado di alleggerire la tensione e la drammaticità del momento. La stampa, insomma, già reticente di suo su ciò che accadeva al fronte e per di più sottoposta a una pesante censura (fino a diventare un “sistema di bugie”, come scrisse Prezzolini, giornalista anche lui), ricorreva sistematicamente al diversivo delle cronache scandalistiche. E cosa c’era di più scandaloso di quelle giovani donne che si supponeva fossero solo in cerca di emozioni (o, ancor peggio, di avventure sentimentali)?
Anche Matilde Serao, sul giornale che dirigeva, ebbe parole sprezzanti per quelle signorine che si dedicavano alle opere di guerra "pur di civettare". Fu Ottorino Modugno a risponderle, sulle pagine del Giorno: «Sapete, donna Matilde Serao, chi veramente civetta e diviene imbecille innanzi a queste infermiere? Gli uomini».
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Mentre Lina Andreotti Bagatti osservò pacatamente: «Che c'è di male se amore fa capolino anche tra le corsie degli ospedali?»
Ma in realtà le infermiere della Croce Rossa avevano ben poca voglia o tempo per civettare, in mezzo a quell'orribile carneficina che fu la Grande Guerra. Erano impegnate notte e giorno a ricucire ferite, lavare piaghe, assistere i chirurghi nelle sale operatorie e cambiare bende nel frastuono delle bombe.
Maria Luisa Perduca, mentre lavora in un ospedale da campo, scrive: «Ci sono dei giorni tremendi, in cui mi pare che tutte le fedi agonizzino in me, in cui tutta la camerata bianca, piena di carne stracca, devastata, malata, mi sembra un'accolta di dannati, arsi dalla sete, bagnati da sudori vischiosi, gelidi; come se scontassero il peso d'una colpa oscura, ch'essi e noi ignoriamo».
Maria Luisa Perduca era nata e cresciuta in una famiglia che coltivava tradizioni e idee risorgimentali. Per lei, sopra ogni cosa, veniva il mito della Patria: «Il nome d'Italia mi sgorga dal cuore, candido e spontaneo, come una preghiera». Ma l'impatto con la realtà è sconvolgente. L'esperienza che vive negli ospedali da campo scardina ogni visione idealistica della guerra. Talvolta cerca ancora di risolvere i dubbi attraverso la mistica del patriottismo: «Siamo gli strumenti della immortale vita della Patria», annota con convinzione. Ma qualche tempo dopo: «Non ne posso più; e maledico la guerra e maledico il destino, e maledico quelli che l'hanno voluta, quelli che l'hanno preparata e provocata». L'immane tragedia di cui è testimone la rende insofferente verso tutte le «vane e vuote retoriche che noi ci fatichiamo a declamare dai palchi e dai giornali». Scrive proprio così: noi. Una prima persona plurale che è la spia di un disagio profondo.

Maria Luisa Perduca vacilla. E tuttavia la sua radicata fede patriottica – una vera e propria religione – sopravvive alla guerra e la spinge verso il nazionalismo fascista. Come molti reduci. Ma poi, negli ospedali della seconda guerra mondiale, la reduce, di nuovo crocerossina, vacilla un'altra volta. E finirà con lo scontare in carcere l'opposizione al regime.
Un percorso di vita tormentato e contraddittorio, comune a molte sue amiche e compagne.
Ma non a tutte.

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Le “volontarie di guerra”, per cominciare, sono tante, troppe per essere ricondotte a un unico modello. Nel 1917 se ne contano almeno diecimila per la sola Croce Rossa. Vengono da storie familiari diverse, sono mosse dai più diversi “entusiasmi” e dalle più diverse idealità. In altre parole: vivono esperienze parallele, ma non sovrapponibili. Ci sono le irredentiste, che sognano la quarta guerra d’indipendenza. Ci sono le socialiste interventiste. Le emancipazioniste. Le militanti delle associazioni pro-suffragio, che s’impegnano nella difesa della Patria sperando, in cambio, di ottenere maggior ascolto politico (e in effetti qualcosa otterranno, ma in Inghilterra, non in Italia).
Per la maggior parte, sono donne che hanno poca dimestichezza con il pericolo e gli stenti, ma che si scoprono più forti e tenaci di quanto loro stesse credessero.
Le infermiere, osserva Sita Mayer Camperio, la prima organizzatrice dei corsi professionali per le volontarie, «finiscono con l'amare di più la loro cabina sul treno-ospedale o la camera d'ospedale con un chiodo per appendere le cappe che la loro vita mondana e i mobili lussuosi dei loro appartamenti».
Sono, in ogni caso, donne insofferenti dei limiti imposti al loro sesso. Donne che, finita la guerra, non vogliono ricadere nel silenzio. Non sopportano di essere ignorate. Così prendono la penna e scrivono. Diari, memorie, testimonianze.
Io le ho incontrate e conosciute grazie a questi racconti, qualche anno fa.
Stavo scrivendo D'amore e d'odio, il mio romanzo sul Novecento. Il “secolo breve”, secondo Eric Hobsbawm, che lo fa cominciare proprio nel 1914, nelle trincee della prima guerra mondiale. E a due passi da quelle trincee c'erano loro, per l'appunto. Le crocerossine.
Ho passato giornate intere nella Biblioteca di storia moderna e contemporanea, in via Caetani, a Roma, a leggere e rileggere i loro scritti. Piccole pubblicazioni, uscite nell'arco di tempo che va dal 1917 al 1930. In quelle pagine c'è tutto: l'orgoglio di sé, lo sconforto, la rabbia, la paura e la volontà di resistenza. La guerra è onnipresente. Compare poco, invece, il morbo che nel 1918 si aggiunge alla guerra stessa e, in un certo senso, la prolunga. Un ulteriore trauma che trova spazio quasi soltanto nelle lettere, nelle scritture più intime. Sto parlando della cosiddetta “spagnola”. La pandemia che «travolse il mondo in un solo battito di ciglia» (Laura Spinney) e che, a dispetto di ciò (e dei milioni e milioni di morti), rimase più come ricordo privato che memoria collettiva. Chissà. Forse la guerra aveva anestetizzato gli animi e prosciugato le parole...
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Fatto sta che per molti mesi la pericolosità del virus e la velocità del contagio (diffuso a piene mani dalle truppe e dagli assembramenti militari) vengono sottovalutate.
L'infermiera Rhoda de Bellegarde, dalle retrovie del Piave, scrive in una lettera del 23 settembre 1918: «C’è un'epidemia di polmonite influenzale e le scuole sono il lazzaretto... ho paura se la piglino tutti i nostri soldati”. E infatti il contagio si propaga anche nel suo ospedaletto, «tutto così pulito, in ordine che è un piacere».
Alla fine, è inevitabile, Rhoda de Bellegarde viene contagiata pure lei e muore assieme ai soldati che sta assistendo. Come tante sue colleghe.
La più famosa è probabilmente Margherita Kaiser Parodi, l'unica crocerossina che ha avuto l'onore di essere sepolta nel sacrario militare di Redipuglia. Una vita breve, tutta spesa negli ospedali di guerra («contentissima», scrive, «d’essere qui, in questo posto d'onore in vista a tutto il Carso terribile»). Nel 1917 viene decorata al valore militare «per essere rimasta al suo posto», sotto le bombe nemiche. L'anno dopo, a soli 21 anni, la spagnola se la porta via. E' a lei che Massimo Bubola, cantautore e scrittore, ha dedicato una delle sue canzoni più belle:

A diciott’anni andare in guerra
è come scegliere tra cielo e terra

A diciott’anni andare in guerra
è come scendere dal cielo in terra…

Su un letto bianco ho chiuso gli occhi quando
la febbre suonò i rintocchi.

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09

nov

Scatola nera

di Viola Lo Moro

09 novembre 1918

L’imperatore della Germania Guglielmo II abdica. Viene proclamata la Repubblica; lo stesso giorno muore a causa del virus Guillaume Apollinaire, poeta, scrittore e critico d’arte francese. A ritrovare il corpo è Giuseppe Ungaretti.
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Ottobre 2029
Silvia,
ricordi quando ci siamo registrate per cinque ore di seguito per quel progetto di rivista che avevo messo su con le mie amiche? Ricordi?
Ti prego dimmi di sì, dammi un segno in questo periodo confuso. Scusa se ti scrivo dopo anni solo per questo, so che dovrei cominciare chiedendoti: «come va?», «Come stai?», «Che si dice laggiù nella terra dei vivi?», «Chissà poi se le mail funzionano ancora, se è così che comunicate».
Qui il tempo e la comunicazione hanno una forma diversa, sono incastonati nelle pietre, nei pochi rivoli di acqua rimasti, nelle ultime forme di piante. Per cercare il tempo dobbiamo aprire degli organismi viventi, raggiungere il loro cuore, farlo a pezzi delicatamente ed estrarre una pietra nera durissima, collocata nel centro esatto tra gli arti e i ventricoli – sì, anche le piante hanno un cuore qui su Plutone.
Quella pietra nera corrisponde esattamente alla “scatola nera” di ogni individuo sulla vostra terra. E oggi ho ritrovato te, amica mia. Amica di un’altra vita, amica di un altro tempo.
E sono riuscita a scriverti.
Durante quella strana conversazione audiovisiva tra noi – che aveva come spunto un evento del 1918, la morte di Apollinaire di influenza Spagnola e il ritrovamento del corpo del suo amico poeta Giuseppe Ungaretti – avevamo parlato di moltissime cose, in modo screanzato, disomogeneo, non organizzato. Avevamo la morte tutta intorno, le vie ancora dense di quell’atmosfera tetra e silenziosa di una pandemia in atto, luci e umori sonori gonfi di uno strano silenzio rotto solo da cani in esubero, cani che abbaiavano giorno e notte. Avevamo portato all’estremo quella condizione che nel tempo si è rivelata l’unica reale nelle relazioni di amicizia come la nostra: valgono di più i silenzi, valgono più le particelle dei corpi che si incontrano o meno, valgono di più i segreti delle cose dette.
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artwork di massimiliano mauro
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Di quel pomeriggio e di quella serata ricordo un po’ confusamente due discorsi che mi colpirono molto: il primo aveva a che fare con gli schianti, il secondo con le scatole nere. Mi raccontavi di una performance che avevi fatto anni prima in cui ti lanciavi sul pavimento resettando la puntina di un giradischi che faceva sempre ripartire una canzone dallo stesso punto, una canzone di addio, una canzone malinconica. Il tuo corpo schiantato a ripetizione faceva ripetere in eterno un saluto. Ecco, se dovessi descriverti come è stato partire – dipartire – dalla Terra nove anni fa per venire qui nel pianeta della depressione plutonica, ti direi che è stato così: uno schianto che faceva ripartire un lungo infinito addio.
Qualcuna di noi, tra cui io, era stata individuata per una missione lontana dal mondo terrestre che si concentrava sul trovare degli elementi del pianeta che con la pandemia del covid si erano perduti: la compassione, la ragionevolezza, la rivolta. Scoprii così che una missione simile era stata inventata nel 1918, portata avanti da un medico sadico nelle carceri americani che voleva scoprire il segreto della virilità, testando degli ormoni sulle cavie perfette: i carcerati, gli ultimi della terra.
Quello doveva essere solo l’inizio perché da quegli esperimenti avrebbero dovuto trovare un modello di umano virile al massimo, in grado di non morire con l’influenza, in grado di sopravvivere a una guerra mondiale, in grado di dimostrare una certa abilità nel ricostruire dalle macerie un’idea di benessere. Ma quegli esperimenti erano falliti: non bastava l’isolamento delle prigioni, bisognava portare via le cavie dal pianeta, portarle in un luogo distante a sufficienza da liberarli dalle emozioni terrene, dai legami di affetto vincolati alle geografie conosciute: un altro mondo, dunque, per ritrovare il senso a quello in declino.
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artwork di massimiliano mauro
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Sai, non so come mi sono ritrovata a partire, non ricordo più. Ricordo però una notte di grandi incubi dalla quale mi sono svegliata senza fiato. Forse sono morta lì, forse mi hai trovato rattrappita nel letto, esattamente come Ungaretti trovò il suo amico, forse non mi avete seppellito ma solo lasciato andare. Da Plutone guardo la Terra e la vedo così distante nel tempo che le categorie stesse che conoscevo non possono più essere valide, osservo crescere intorno a me delle creature misteriose, nessuna di loro mi ha raccontato o spiegato il senso delle cose perdute nelle pandemie, nessuna mi ha risposto sulle questioni legate all’amore, la lotta, la ragionevolezza. Esattamente come nel vostro pianeta, anche su Plutone, gli organismi vivono di per sé, senza scopo, senza forma.
Da qui ora posso dirti: quella scatola nera dentro ognuna di noi esiste davvero, è un nocciolo che raccoglie un condensato della vita vissuta, ma ti dirò di più. Quella scatola nera contiene anche una sorpresa indicibile, te la confesso perché siamo state amiche sulla terra e anche perché forse il mio unico scopo nel morire lì e rinascere qui è trasmettere questo messaggio nel cosmo: la scatola nera contiene una parola, incisa nella pietra in minuscoli caratteri, in tutte le lingue possibili e impossibili. La consegno a te e la consegno per onorare le vite di quei due amici nella Parigi del ’18. La parola è poesia. Te ne trascrivo qui una del nostro sfiorato Ungaretti, una poesia che mi dice da quaggiù che è ancora possibile recitare un rosario e mangiare insieme, mentre il vostro sole tramonta e il mio non so più dov’è.
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artwork di massimiliano mauro
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Lucca
A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre ci parlava di questi posti.
La mia infanzia ne fu tutta meravigliata.
La città ha un traffico timorato e fanatico.
In queste mura non ci sta che di passaggio.
Qui la meta è partire.
Mi sono seduto sulla porta dell’osteria con della
gente che mi parla di California
come d’un suo podere.
Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone.
Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei
miei morti.
Ho preso anch’io una zappa.
Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.
So di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne.
Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
Non mi rimane più nulla da profanare, nulla da sognare.
Ho goduto di tutto, e sofferto.
Non mi rimane che rassegnarmi a morire.
Alleverò dunque tranquillamente una prole.
Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali, lodavo la vita.
Ora che considero, anch’io, l’amore come una garanzia della specie, ho in vista la morte.

Giuseppe Ungaretti, Allegria, 1919
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11

nov

La madre di tutte le pandemie

di Annalisa Camilli

11 novembre 1918

La Germania firma l’armistizio con gli Alleati a Compiègne, in Francia e finisce la Prima guerra mondiale con la vittoria dell’Intesa sulle potenze centrali; intanto a Filadelfia, dopo l’ondata di ottobre, l’influenza spagnola sembra scomparsa.
Negli ultimi tempi nel mezzo della notte o alle prime luci dell’alba sobbalzava sul letto rompendo il silenzio della casa. Alzava il collo e la schiena e sollevava le lenzuola gridando: «Madonna mia, aiutami tu». Tirava fuori un grido che squarciava il buio, come una sirena. Ma poi si placava, continuando a dire «madonna mia», allargando la «o» come in una canzone. Poi la voce si faceva più morbida e l’imprecazione diventava un borbottio flebile.
Negli ultimi tempi nel mezzo della notte o alle prime luci dell’alba sobbalzava sul letto rompendo il silenzio della casa. Alzava il collo e la schiena e sollevava le lenzuola gridando: «Madonna mia, aiutami tu». Tirava fuori un grido che squarciava il buio, come una sirena. Ma poi si placava, continuando a dire «madonna mia», allargando la «o» come in una canzone. Poi la voce si faceva più morbida e l’imprecazione diventava un borbottio flebile.
Nella casa erano abituati alla sua malattia, una demenza rapida che l’aveva trascinata in pochi mesi in una specie d'interregno, uno spazio intermedio abitato dai fantasmi che riaffioravano dalle sue frasi sconnesse, tracce di vite passate. Emergevano i ricordi di quando era bambina, i nomi dei genitori e dei figli morti molti decenni prima. Mentre parlava le trame del discorso s’inceppavano e venivano puntellate di parolacce. Quelle che da sana non si era mai permessa di pronunciare, ricacciate in gola dall'educazione severa che aveva ricevuto. Così subito dopo «madonna mia», diceva «a mori’ ammazzata». E poi ancora quella supplica: «Aiutami tu».
Dicono che quando si chiede aiuto il corpo s’irrora all'improvviso di sangue, aumentando le difese immunitarie endogene. Come se quello slancio un poco fiducioso con cui ci si affida a un altro e si ammette la propria mancanza sia già una cura.
Deve essere per questo che pronunciando quella frase ripetitiva nel cuore della notte, prima forte poi piano, Anna rientrava nel sonno lentamente come ne era uscita. E la casa ripiombava in un silenzio quieto, incrinato solo dallo scricchiolio del vecchio mobilio della camera da letto, regalo di nozze del fratello di suo marito, fatto a mano prima della seconda guerra mondiale con del legno di ciliegio, che proveniva dal frutteto di suo padre. Per tutta la vita Anna aveva parlato coi morti: nella cucina di casa sua, su una mensola aveva accumulato tutte le fotografie dei suoi parenti e dei suoi vicini scomparsi. Erano tanti ritratti in miniatura, dieci centimetri per cinque. Il tempo trasformava il bianco e nero delle prime foto, ma anche i colori seppiati e poi sempre più vividi delle foto successive. Quando aveva fatto il trasloco nella casa nuova, era stata una delle sue preoccupazioni quella di trovare un altro posto in cui allestire il suo altare privato.
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Aveva deciso di fare un unico quadro, componendo le facce come in un mosaico, e di sistemarlo su una nicchia nel corridoio della cucina. A dire il vero, l’idea del quadro era stata di sua figlia, che probabilmente sperava d'interrompere la mania della madre di collezionare le foto dei morti, ma invece, poco dopo, intorno al quadro avevano cominciato a spuntare nuove foto e nuove cornici. Quando poteva, metteva dei fiori. Più spesso mentre parlava di qualcuno che non c’era più a chi non lo aveva conosciuto, andava nel corridoio prendeva la foto e la portava a far vedere, aggiungendo ogni volta dettagli nuovi al ricordo di quella persona. Non c'era spavento né ossessione: i morti vivevano con i vivi, erano nel discorso, non più attivi, ma presenti. Anna parlava con i morti, lo aveva sempre fatto fin da bambina. La verità è che si sentiva protetta dal nome che portava, quello di sua nonna Anna, morta di parto a 27 anni nel 1887, mentre dava alla luce suo padre, un uomo alto, elegante e silenzioso, che le aveva trasmesso questa abitudine di conversare in segreto con chi è desiderato, anche dopo la sua scomparsa.

Anna aveva compiuto da qualche settimana otto anni quando fu annunciato che le truppe italiane avevano vinto a Vittorio Veneto contro l'Austria-Ungheria, il 24 ottobre 1918. La guerra era quasi finita. Suo padre era al fronte da quattro anni, da mesi non ricevevano notizie di lui. Sentì i festeggiamenti che arrivavano dalla strada. Qualche giorno dopo dalla stessa strada arrivarono le marcette delle truppe di ritorno dal fronte, dirette a Roma.

La bambina non avrebbe potuto uscire, le era stato imposto di rimanere isolata in casa, insieme ai suoi due fratelli più piccoli, perché sua madre si era ammalata di spagnola. Ma Anna scese lo stesso per vedere i soldati passare, ogni tanto si avvicinava ai battaglioni e chiedeva: «Quando arriva mio padre? Lo conosci mio padre?». «Viene appresso», rispondevano i soldati. «Viene dopo, non tarderà, vedrai», le dicevano i fanti. Uno l’aveva chiamata «bellina», un altro l’aveva presa in braccio e l'aveva portata marciando per un tratto di strada. Quei ragazzi, spesso giovanissimi, che erano sopravvissuti alla guerra non avevano il coraggio di dirle che non sapevano affatto dove fosse suo padre, né se sarebbe tornato.
Ogni giorno, intorno all’ora di pranzo, una sorella di sua madre fischiava da sotto la finestra, Anna calava una corda a cui aveva attaccato un cestino, salutava la zia con la mano. «Come sta?», domandava lei. «È peggiorata», rispondeva la bambina. Poi riavvolgeva la corda con il cestino nel quale la zia aveva messo da mangiare per loro quattro.
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La madre era nel letto da giorni con la spagnola, delirava in un bagno di sudore. «Madonna mia», si lamentava. Una pezza bagnata sulla fronte, la pelle cianotica, imbrunita dalle difficoltà respiratorie, il viso consumato, piccole macchie nere sulle gote. Il sudore emanava un odore forte di paglia ammuffita. Le era rimasto un naso sottile e ben delineato che sembrava occupare tutto il volto. Quando la febbre scendeva, la donna era in preda al delirio, aveva crisi di pianto, chiamava la figlia per dirle che aveva paura di morire e che probabilmente non avrebbe rivisto il marito. Anna invece era certa che suo padre sarebbe tornato, glielo avevano assicurato i soldati e poi glielo aveva scritto lui stesso in una delle ultime lettere che aveva mandato dal fronte. «Ti penso sempre mia piccola Anna», aveva scritto il papà in una calligrafia allungata verso destra sul retro bianco di un volantino. In effetti ogni volta che lo sorteggiavano per andare in prima linea e in trincea l'uomo si faceva il segno della croce e invocava sua madre Anna e con lo stesso pensiero le affidava la sua primogenita, che aveva quattro anni quando era partito per la guerra. «La mia stella», diceva.
Primo, sono vietati in genere tutti i cortei funebri. Soltanto in via eccezionale potrà essere acconsentito l’accompagnamento da parte di ministri di culto e di stretti familiari dei defunti, previa speciale autorizzazione dell’ufficio sanitario.
Secondo, è vietato l'accompagnamento del viatico e per la somministrazione di esso il solo sacerdote ufficiante e gli stretti familiari dell'infermo potranno accedere alla camera di questo.
Terzo, è vietato il suono delle campane e la chiusura dei portoni per annunziare l’agonia e la morte degli infermi, Nuovi provvedimenti del prefetto, 15 ottobre 1918
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Quando e come fosse arrivata la malattia nel paese Anna non lo ricordava, sapeva soltanto che a un certo punto le campane non suonavano più a morto, ma la morte era dappertutto. C’era un silenzio surreale per le strade vuote del paese, rotto dalle urla di chi aveva perso un familiare per la malattia. Un giorno la ragazzina aveva sentito le grida di una vicina, a cui era appena morta la figlia diciottenne allettata dall'influenza da pochi giorni. La malattia era stata fulminante. Non l’avevano neppure potuta lavare e vestire come di solito si fa con i defunti, né l’avevano potuta vegliare. I morti erano così tanti che il prete non riusciva più a celebrare i funerali e il becchino passava di casa in casa con un carretto a prendere i cadaveri e li ammassava sul barroccio per portarli al cimitero, dove erano seppelliti in una fossa comune. In pochi mesi c'erano stati gli stessi morti che di solito ci sono in un anno.
I cadaveri erano avvolti nelle lenzuola, non si faceva nemmeno in tempo a costruire delle bare. Arrivava l'addetto del cimitero chiudeva il lenzuolo sul volto del defunto e caricava il corpo sul carro.
Ogni cimitero del mondo aveva avuto le sue fosse comuni in quel 1918. Ad Hart Island, a New York, erano stati sepolti ventimila «senza nome» uccisi dalla spagnola, molti erano immigrati italiani da poco arrivati negli Stati Uniti che non potevano nemmeno permettersi una sepoltura. Gli immigrati italiani furono tra i più colpiti dalla malattia in città per le condizioni in cui vivevano, caseggiati affollati, senza acqua e servizi. Tra loro anche un cugino di Anna, di cui si seppe solo alcuni mesi dopo.
Il primo caso di febbre spagnola era stato registrato a gennaio di quell'anno nella contea di Haskell, in Kansas, Stati Uniti. In una base militare. Alla fine di luglio il virus era arrivato in Australia.

Al fronte la situazione era drammatica: tre quarti delle truppe francesi e più della metà di quelle britanniche si ammalarono nel corso della primavera. Gli ospedali militari erano al collasso. Ma poi l'epidemia sembrò svanire durante l'estate, per ritornare ancora più letale in autunno.

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In Italia l’epidemia arrivò a settembre: il primo allarme fu lanciato a Sossano in provincia di Vicenza, quando il dirigente del Servizio sanitario del secondo gruppo reparti d’assalto chiese al sindaco del paese di chiudere le scuole per una sospetta epidemia di tifo. Molti medici avevano confuso la spagnola con il tifo, che presenta sintomi iniziali simili. L’influenza colpì un abitante su tre del pianeta, cinquecento milioni di esseri umani, secondo le ultime stime. In Italia a ottobre del 1918 morirono 600mila persone. La maggior parte dei decessi avvenne tra la metà di settembre e la metà di dicembre del 1918. Quattro mesi. E migliaia furono i bambini che rimasero orfani a causa della guerra e della pandemia, tanto che molti stati si affrettarono ad approvare delle leggi sull'adozione, perché gli orfanotrofi erano pieni e molti bambini finirono per la strada.
Neppure i dati sui morti sono accurati, perché la malattia fu da subito circondata da incertezze, stigma e successivamente dall’oblio. Uccise più persone della guerra, trasformò il mondo. Ma per quei morti non furono innalzati monumenti, né furono scritte memorie.
Di quell’influenza che attraversò il mondo per due anni, si parlò sempre meno. Ogni famiglia aveva i suoi morti, ma la memoria della guerra ebbe la meglio e la malattia rimase una questione privata. Non se ne parlò più. In paese un episodio era nella memoria di tutti: un morto era caduto dal carro funebre mentre era trasportato al cimitero ed era rimasto abbandonato in mezzo alla strada per diverse ore prima che qualcuno se ne accorgesse. Il carretto scendeva dalla salita che collega la chiesa con il camposanto, ma alla prima curva, davanti a un’immagine votiva della madonna, un cadavere era scivolato a terra, mentre il carretto aveva svoltato. Il conducente non se ne era accorto. La salma era a terra, mezza nuda, scomposta, gli occhi spalancati che sembravano due mandorle, le mani secche. Uno spettacolo osceno: un uomo che era solo un corpo.
Alla fine di quell'ottobre nero in paese arrivò un medico inviato da Roma. Non c’erano cure per la malattia così i dottori provavano tutti i rimedi che avevano a disposizione per alleviare i sintomi: abbassare la febbre, attenuare la tosse. Dall’aspirina al chinino, fino al mercurio e al sale inglese.
Spesso i malati avevano più problemi che benefici dalle cure. Anna sentì che in paese era arrivato un dottore, scese a cercarlo per portarlo da sua madre, ma trovò che era circondato da un gruppo di persone che se lo contendevano. Chi lo tirava per la giacca, chi per un braccio. Il dottore fu spinto in una casa dove c’era un malato, al primo piano di un palazzo. E tutti lo seguirono, contravvenendo a qualsiasi indicazione di distanziamento. Anche Anna corse dietro alla folla e s'infilò nella casa, si mise spalle al muro sul corridoio aspettando il suo turno. Il medico fu colpito dalla bambina con gli occhi grigi e la faccia seria.
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Indossava un vestito a fiori con le maniche leziose, che contrastava con la situazione lugubre in cui si trovavano. Le chiese di tornare a casa, perché quello non era un posto per una ragazzina, ma Anna non ubbidì. Lo prese per un braccio e gli raccontò della madre. Non se ne sarebbe andata fino a quando non l’avesse seguita. Il dottore le disse di andare a casa, e le assicurò che sarebbe passato a visitare sua madre alla fine del giro. Fu sempre convinta di aver attirato l'attenzione del medico per via dal suo vestito a fiori, cucito da sua madre che era una sarta ed era piuttosto vanitosa. Le teneva sempre le stoffe migliori per confezionarle degli abiti ed era ossessionata dalla cura dei capelli, che dovevano essere composti e ben pettinati. Passava ore a pettinarsi davanti alla toletta e fare trecce e chignon a sua figlia, che invece provava a ribellarsi senza successo a quelle che pensava fossero costrizioni.
«Se vuoi vedere la donna netta, prima il capo e poi le scarpe», le ripeteva la mamma. Anna era molto timida e si vergognava sempre quando le facevano i complimenti per quello che indossava o per i grandi occhi allungati che illuminavano il suo volto paffuto. Quando il medico arrivò in casa la madre era assorta in un sonno profondo, il medico la svegliò e le ascoltò le spalle. Le sembrò di sentire i polmoni meno carichi di muco e infiammati di quelli dei pazienti che aveva visitato fino a quel momento. «Ce la farà», disse il dottore, salutando e lasciando nelle mani della bambina una bottiglietta di chinino che la donna avrebbe dovuto assumere a cucchiai. Quella notte Anna sognò di essere nel chiostro di un convento. Al centro della corte, lastricata con una pietra biancastra e calcarea, apparse la sagoma di un uomo, che camminava verso di lei. Anna non riusciva a capire chi fosse anche se gli sembrava familiare.
Aveva quell’eleganza, l’altezza di suo padre. Ma non era lui. L’uomo si fermò a una certa distanza. Era il corpo abbandonato in mezzo alla strada, il morto. Pensò di riconoscerlo. Non aveva coraggio di chiedere nulla. «C’è un’aria strana, non credi?», chiede l’uomo. Poi mostrò un bicchiere colmo d’acqua nel quale immerse una pillola che cominciò a disfarsi dopo il contatto con l'acqua. L’uomo guardò nel fondo del bicchiere, si specchiò, sapeva di essere morto. «Anche la morte può esserci tolta», sentenziò infine prima di bere e poi se ne andò. La mattina dopo Anna ripensò a quel sogno. Era inquieta. Provò a mandare via quel pensiero. Era disgustata dall’idea di quel corpo senza vita abbandonato in mezzo alla strada e poi ammonticchiato in una buca nera e profonda insieme a decine di altri corpi senza nome. Qualche giorno dopo, sua madre cominciò a stare meglio, riprese a mangiare, a parlare, la febbre passò.
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Per mesi fu avvolta da una stanchezza strana, una spossatezza che le impediva di svolgere molte delle sue attività abituali, una ciocca di capelli bianchi le era spuntata sulla fronte. La guerra era finita, l'armistizio con l'Austria-Ungheria fu annunciato il 4 novembre. Il padre tornò a casa qualche mese dopo e non volle mai raccontare quello che aveva visto in trincea. Anna invece non smise mai di parlare con i morti e di parlare di loro.

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